Oggi parliamo di teoria dei giochi. Perché mi va, ecco perché.

Allora. La teoria dei giochi è un pezzo della matematica che, parlando di giochi è abbastanza divertente. Ovvio, no? Ecco, in realtà c’è da dire che non è proprio solo così. Nel senso, parla di giochi senza dubbio, ma i giochi della teoria dei giochi sono anche situazioni ben più seriose e complicate, e infatti i teorici dei giochi parlano spesso e volentieri di “interazione strategica”.

Ecco, a me la teoria dei giochi piace un sacco, perché fa diventare cose serie e complicate e difficili trastulli facili e divertenti. Giochi, appunto. Ma tanto per capirci, la base di questa teoria l’ha fatta von neumann, che era un pazzo furioso che tanto per dire una delle cose che ha fatto, ha calcolato l’altezza esatta a cui far esplodere la bomba atomica per massimizzare il danno. Ecco, tanto per dire. E poi c’è stato Nash, quello di beautiful mind, che invece è solo semplicemente tanto schizzato da sentire le voci e parlare coi morti. In compenso, questo simpatico omino che sta coi pazzi è stato uno dei membi di elite del think tank che decideva le strategie per combattere la guerra fredda. E la teoria dei giochi gli ha dato anche un nobel.

Ordunque, quindi. Tutto il mondo parla di teoria dei giochi partendo dal dilemma del prigioniero. E quindi lo facciamo anche noi. Giochiamo a un gioco. Prendete le carte da gioco e un avversario. Ora, ogni giocatore (voi e l’avversario) prende un asso nero e uno rosso. Ad esempio, tu prendi l’asso di cuori e quello di fiori, e l’avversario prende l’asso di quadri e quello di picche. Facile, finora. Poi ci sono io che faccio il mazziere, il banco insomma. Ecco le regole del gioco. Si gioca a soldi. Ognuno, ad ogni mano, mette giù una carta coperta. Faites votre jeau. Quando le jeaux sont faites, rien ne va plus, allora io che sono il banco, il mazziere insomma, giro le vostre carte calate. Le giro io perché almeno faccio qualcosa anche io.

Ora, a seconda delle carte giocate si vince o si perde. Così. Allora, se tu giochi nero e l’altro gioca nero, il banco, cioè io, vi paga cinque euri ciascuno. Se invece giochi rosso e l’altro anche gioca rosso, allora ognuno di voi paga al banco tre euri. Ma se tu giochi rosso e l’altro nero, tu vinci dieci euri e l’altro ne paga otto. Bon. Queste le regole.

Ora giocate. Trovate la strategia che più vi conviene. Iniziamo da una giocata sola. Una singola giocata di questo gioco è facile da trattare, e spiegherebbe già un po’ di cose simpaticamente agghiaccianti, tipo: qual’è la strategia migliore da tenere con le armi nucleari? Ecco, così funziona la teoria dei giochi: che si inventa un gioco e si studia ma in realtà per ricondurlo a una situazione dove serve della strategia reale.

Riformuliamo il gioco delle carte con le bombe atomiche. In maniera un pochino semplificata ma comunque efficace. Invece che le carte, abbiamo il bilancio per la crescita delle armi nucleari della nostra superpotenza. Giocare rosso equivale a spendere per le armi atomiche. Giocare nero equivale a non spendere per le armi atomiche. Ecco cosa succede, quindi: se l’Unione Sovietica non spende e gli Stati Uniti non spendono, ci guadagnano entrambe. Nella fattispecie, non può succedere niente, che rispetto a una guerra atomica è un guadagno secco. Un guadagno di cinque, nelle nostre unità arbitrarie di benessere. Se invece gli Stati Uniti non spende ma l’Unione Sovietica sì, l’Unione Sovietica ha un guadagno in potere, rispetto al danno che può riceverne. Gli Stati Uniti ci vanno sotto un casino. Ci vanno sotto otto. L’Unione Sovietica invece si piglia bene dieci. Ovviamente, questo caso che abbiamo visto ora è simmetrico, e possiamo dire lo stesso scambiando USA e URSS.

Infine, possiamo fare l’ultimo caso: sia URSS che USA si armano. Spendono un casino; peggiorano il benessere della propria gente, visto che non possono spendere in welfare i soldi che spendono in bombe acca; rischiano guerre atomiche più distruttive. Però diminuiscono il rischio di farsi mettere sotto del tutto dall’altro. In totale, insomma, ci rimettono ciascuna tre. Ma entrambe vanno a stare peggio.

Ora fate finta di essere voi a dover decidere, al politburo, come spendere i soldi del bilancio. Bombe atomiche o scuole e pane? Giocate numerosi!

Al più presto la soluzione.

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Oggi iniziamo un affascinante viaggio nel magico mondo dell’elettromagnetismo.

Occhei, occhei. Un cazzo. Ho ben capito, l’elettromagnetismo è una muffa, non serve a niente, i circuiti son roba da nerds e tutto il resto. E soprattutto paolì, non parlare come quello di art attack.

Va ben che me ne sto, di non parlare come quello di art attack, però insomma che l’elettromagnetismo non serva a niente no, non ci sto mica. L’elettricità è il motivo per cui funziona la lampadina, e occhei, ma anche l’arcobaleno. E’ il motivo per cui funziona la macchinina elettrica, ma anche quella diesel e quella a vapore. E anche la carrozza a cavallo, perché la contrazione muscolare funziona coll’elettricità. Senza elettricità non potremmo pensare, non potremmo vivere perché il cuore non batterebbe. In realtà, senza elettricità non potremmo tenere in mano niente, né stare in piedi. Non potremmo amare, stupirci, indignarci o appassionarci. Ma poi dopotutto senza elettricità non staremmo e basta, perché è l’elettricità che tiene insieme le molecole di cui siam fatti.  Oh bene. Ora che ho decantato tutte queste belle doti dell’elettricità, andiamo un po’ più nel dettaglio.

Allora. In principio. In principio l’atomo, c’è da dare un po’ un’idea. Dunque.

L’atomo è intanto un nucleo. Il nucleo è una specie di pallozzo schifosello e molliccio, fatto da un mix di protoni e neutroni. Protoni e neutroni sono quasi grandi uguali, pesano ciascheduno unovirgolasette per dieci alla meno ventisette chili. Che è come dire (ah, se adoro le potenze di dieci) dieci alla meno ventiquattro grammi, che è come dire che se ogni abitante della terra mettesse un protone o un neutrone lì su un bilancino, verrebbe più o meno dieci alla meno dodici grammi che è come dire un millesimo di miliardesimo di grammo. Ecco. Piccolo piccolo, insomma. Questo pallozzo è circondato da una specie di nebbia fatta di elettroni. Non è che orbitano come i pianeti, no, è più come una nebbia. La nebbia si estende un bel po’ lontano dal nucleo. Come si dice, lontano dal nucleo, lontano dal cuore. E infatti dal cuore dell’atomo al suo bordo c’è un sacco di spazio. Gli elettroni che fanno questa nebbia sono grossomodo duemila volte più piccoli del protone, fate voi i conti. Quindi se lontano dal nucleo, lontano dal cuore, vuol dire che l’atomo è un sacco di posto vuoto, un nucleo pesantissimo (beh, in proporzione) e una nebbiolina leggera e sparsa sparsa di elettroni. Il nucleo è largo più o meno dieci alla meno quattordici metri, cioè dieci alla meno undici millimetri, cioè (ho già detto che adoro le potenze di dieci?) un centesimo di miliardesimo di millimetro. La nebbia invece si estende per circa diecimila volte quella lunghezza. Che vuol dire? Vuol dire che se il nucleo è largo come un’arancia, la nebbia si estende per un chilometro. E la quantità di roba che fa la nebbia è più o meno un quattromillesimo di quella che fa il nucleo. Leggera leggera, la nebbia.

Ecco, quest’immagine di atomo non è del tutto giusta, ma ci basterà. Comunque è meglio di quella di grumetti incollati alla meglio con palline gialle che girano su linee intorno al grumo brufoloso che di sicuro è sullo stupido libro di testo.

Questo non è un buon esempio di atomo

Questo non è un buon esempio di atomo

E dunque. Nel sesto secolo avanti a cristo già quei simpaticoni sottuttoio dei greci sapevano che se strofinavi l’ambra, per dire, colla lana potevi tirare su dei pezzetti di foglia secca. Che se ne facessero, o qual tipo di foglie secche tirassero su non è dato sapere. Magari poi se le fumavano e vai col mambo, ma intanto se ne erano accorti. Poi insomma, nessun progresso fino al sedicesimo, di secolo.

Nel sedicesimo secolo, pare che fosse di gran moda fra le dame per benino di strofinarsi i gioielli di ambra sulle vesti e poi toccare coi suddetti gioielli delle rane, vive si intende, per vederle saltar di qua e di la di disperazione, fra i lazzi e i frilli delle dame istesse. Che se sento uno solo che dice che la Wii come ci si fa a divertire con la Wii e una volta sì che c’era dei passatempi sani lo strangolo con lo spago dell’arrosto.

Un greco frufru ha appena tirato su delle foglie secche con lambra

Un greco frufru ha appena tirato su delle foglie secche con l'ambra

Oh bella. Ci va altri due secolucci, fino a che beniamino franklin scopre questa cosa stregonifica. Dice, mo guarda un po’, c’è dell’elettricità di una razza e dell’elettricità di un’altra razza. Diceva già elettricità perché elettricità è una parola che se l’erano inventata quei frufru dei greci, e che è la crasi di “se strofino l’ambra non sai come tira su le foglie. Anche Georgios tira su le foglie, per il naso ma non va strofinato ed è lì che si perde tutto il divertimento. Si strofinasse Georgios certo che ci divertiremmo di più ma ci accontenteremo dell’ambra”. Siccome i greci erano sì frufru ma anche molto parchi colle parole, dicevano solo “ambra”. Che in greco si dice eléctron.

Dunque dicevamo. Beniamino dice ah! C’è questo fuoco elettrico di un tipo e quest’altro fuoco elettrico di un altro tipo. Se il primo tipo si avvicina al secondo tipo, essi tipi si attraggono, come il gatto agli stivali, come lo yin allo yang, come il positivo al negativo. Se invece avvicino due fuochi uguali, un cazzo. Si respingono e va tutto a bagno. Non solo, la forza che si attirano o respingono è diversa se sono più vicini o lontani. Se son vicini si attraggono o respingono di più, se son lontani meno. Ora, oggi noi sappiamo, perché beniamino il cazzo che volete ma noi siamo molto più fighi di beniamino, che un tipo è dato da avere più elettroni che protoni e l’altro tipo da avere meno elettroni che protoni, in un atomo. Perché dobbiamo avere un tale abominio lo vediam tra poco. Gli è che beniamino quando ha chiamato positivo e negativo i due fuochi elettrici aveva un cinquanta e cinquanta di azzeccarla. Ovviamente, sbagliò. Da allora, più elettroni vuol dire negativo e più protoni vuol dire positivo.

Ora torniamo all’abominio, cioè a perché dovremmo di grazia avere più elettroni o meno. E dunque.

Il modo più classico è con l’attrito. Sfregate due cose e c’è una certa probabilità che un po’ di elettroni vengano portati di qua e un po’ di la. Dopotutto sono una fottuta nebbia, gli elettroni. E’ un po’ come se date una ditata a della pittura. Un po’ vi rimane attaccata alla mano.  Questo è esattamente quello che succede all’ambra che i greci usano per fare su il fumo. La sfregano colla lana e la lana si porta via un po’ di elettroni. E’ anche il motivo per cui funziona il domopak. La pellicola quando la srotolate sfrega sull’altra pellicola che è sul rotolo e si carica elettricamente. Come l’ambra colla lana. Il che le permette di aderire alle cose, ai contenitori ad esempio. Provate a bagnarla, la pellicola (l’acqua non distillata è un conduttore e conduce via la carica elettrica) e vedrete che non attacca più e si sminchia tutta. Molto bene. Torniamo all’ambra. A questo punto l’ambra è positiva. Ma la vera domanda, che mi ha tenuto sveglio fin dalle elementari, che nessun adulto consenziente mi ha mai saputo rispondere quando chiedevo pecché, il sommo mistero della fisica, il nadir della conoscenza è: bella lì, l’ambra elettrica, ma le fottute foglie secche? Eran neutre prima, saran ben neutre adesso. E chi è la merda che gli fa cambiare idea? Dov’è la regola che dice negativo e positivo si attirano, ma anche positivo e foglie secche? Ebbene, ora in anteprima mondiale lo saprete, miei fortunelli lettori: voi avrete subito la risposta che mi ha fatto scervellare per anni ed anni. Cercate di meritarla, almeno.

Allora, va così: prendete un pezzetto di foglia secca. Invece che rollarvelo, guardatelo attentamente. Più attentamente. Così attentamente da distinguere gli atomi. Ancora più attentamente. Così attentamente da distinguere i nuclei dalle sterminate nebbie.

Molto bene. Ora avvicinate l’ambra. L’ambra si è fregata degli elettroni dalla lana, quindi a questo livello di supervista dove vediamo nuclei e nebbie, la nebbia è più densa. Più una nebbia lombarda che una nebbiolina di montagna. Ora dicevamo avvicinate l’ambra. La nebbia più spessa spinge un pochino la nebbia più leggera, poichè la respinge. Il risultato è che il lato di foglia vicino all’ambra ha meno nebbia dell’altro lato, perché la nebbia si è tutta un po’ spostata dall’altra parte. E’ diventata assimmetrica insomma. E quindi se c’è meno nebbia vuol dire che c’è meno elettroni. Cioè (maledetto beniamino) una carica positiva. L’ambra d’altronde si era rubata degli elettroni, quindi più elettroni vuol dire carica negativa. Ma positivo e negativo si attraggono. E quindi le foglie secche vengono tirate su dall’ambra. Le foglie secche sono polarizzate, come dire. E questa cosa si chiama induzione. Vualà.

Alright. A questo punto sarete curiosi di sapere tutta sta baracca dei protoni e degli elettroni, delle cariche positive e negative, come funziona quantitativamente. Ebbene, c’è una simpatica regoletta.

C’era una volta un tizio che si chiamava il tenente Coulomb. Questo tenente tanto fa e tanto imbrega che scopre la legge del tenente Coulomb. E’ un vero indagatore della magica natura, il tenente coulomb. Prende il taccuino, succhia

Il Tenente Coulomb mentre sta pensando alle conseguenze della sua legge

Il Tenente Coulomb mentre sta pensando alle conseguenze della sua legge

il sigaro e si gratta la testa. Poi dice. Signora carica qu uno, dov’era lei il quattro maggio alle sedici e ventisei? Ebbene sì, lo confesso. Dice la carica qu uno. Ero proprio io, in compagnia di qu due. La mia gemella. L’ho respinta giù dalle scale, ed ella è… è mmorta! Sigh sob. Senso di colpa di qu uno. Coulomb il tenente allora scrive sul taccuino: se ci sono qu uno e qu due esse esercitano l’una sull’altra una forza effe, che è proporzionale al prodotto delle cariche e inversamente proporzionale al quadrato della distanza: qu uno confessa di essersi sentita meglio con qu due al primo scalino, il doppio meglio con qu due al secondo scalino, il quadruplo al terzo scalino, otto volte tanto al quarto. Se le cariche hanno stesso segno si respingono, se hanno segno opposto si attraggono. Ah! Ricordatevi sempre, la forza è un maledetto vettore! Quindi il modulo di sta forza lo abbiamo detto. K{{q_1 q_2} / r2}. La direzione è la retta congiungente le cariche. Il verso è che si attraggono o che si respingono a seconda che siano uguali o diverse, come abbiamo detto.

Occhei. Legge di coulomb.

Vorrei guardarla un po’ meglio per capire di che cosa stiamo parlando. Allora. Cappa è la costante di Coulomb. In realtà facile che invece di cappa troviate uno su quattro pigreco epsilonzero. Il che non cambia molto la storia, ma può essere un po’ un colpo. Ecco, quell’uno su quattro pigreco epsilonzero è lì per motivi storici. Epsilonzero si chiama costante dielettrica del vuoto ed è lì per un motivo ma chissenefrega. A tutti gli effetti, uno su quattro pigreco epsilonzero è una costante né più né meno che se si chiamasse giorgio o cappa. Poi, le cariche. La carica elettrica ha un’unità di misura che si chiama il coulomb. Indovinate perché. Un coulomb è una quantità pazzesca di carica, eh. Tanto per capirci, prendete una palla di metallo che pesa cento chili. Caricatela con un coulomb. Caricate con un coulomb il soffitto. Mettete la palla a dieci metri di distanza dal soffitto. La domanda è: quanto dovrete tirare la palla verso il pavimento per non farla andare contro il soffitto? Allora.

Cappa, mi ero dimenticato di dirvi, è nove per dieci alla nove. La forza elettrica verso il soffitto è quindi cappa per uno per uno diviso dieci al quadrato, cioè (9*10^9){{1*1} / {10^2}}, cioè 9 * 10^9 * 1 / 10^2, cioè 9*{10^9}/{10^2}, ovvero 9*10^7 Newton (non mi stancherò mai di dire quando siano fighe le potenze di dieci). Verso l’alto. La gravità tira la palla verso il basso di F=mg. Cioè cento chili per 9,8, cioè di circa 10^3 Newton.  9*10^7 è come dire 90000000 newton. Meno 9800 fa 89990200 newton. Diviso nove virgola otto troviamo la forza in chili peso. Fa 9182673 chili e mezzo, cioè una cosa come novemilacentottantadue tonnellate e un pezzo. Cioè come dire più o meno mille autobus. Se appendete mille autobus da dieci tonnellate l’uno, uno sotto l’altro, alla palla di metallo carica di un coulomb, a cento metri dal soffitto, essa palla sta sospesa nell’aria. Ecco. Questo è quanto è un coulomb.

L’ultima parte della formula è il pezzo di sotto, erre quadro. Vuol dire che la forza diminuisce col quadrato della distanza.

Occhei basta formule. Solo ancora un po’ di ragionamenti coi numeri. Seguitemi.

Allora. Prendiamo un protone. Abbiamo detto che la massa del protone è unovirgolasette per dieci alla meno ventisette chili. La carica elettrica del protone invece è uno virgola sei per dieci alla meno diciannove Coulomb. Ora prendiamo due protoni. Li mettiamo a una certa distanza ics. Vogliamo vedere in che rapporto sono la forza elettrica e la forza gravitazionale. Siccome ho detto rapporto, faccio una divisione.

Ora guardate ben benino: la formula della legge di Coulomb è K {{q0 q1} /r2}. La formula della gravitazione universale di Newton è G *{{m1 m2} / r2}. Se ci metto i miei dati, viene {K{{1,6 *10^-19} ^2}/{x ^ 2}} / {G {{1,7 *10^27} ^ 2} / {x ^ 2}}. Ics quadrato se ne va perché lo semplifico. Mi rimane {K  {{1,6 *10^-19} ^2}}/{G {{1,7 *10^27} ^ 2}}. Il totale, vi risparmio i conti che è tardi, viene tipo dieci alla trentasei. Quindi la forza elettrica è trentasei ordini di grandezza più grande della gravità. Vuol dire un miliardo di miliardi di miliardi di miliardi di volte più grande, tanto per capirci.

E se vi state chiedendo come mai allora i protoni del nucleo non schizzano da tutte le parti e invece se ne stanno più o meno buoni nel piccolissimo nucleo, beh, la risposta è che ci sono altre forze oltre a quella elettrica e quella gravitazionale. E si chiamano forze nucleari, forte e debole, e sono divertenti ma anche abbastanza complicatucce, e magari con meno formule e più chiacchera le vediamo un altro giorno. Comunque sono quelle che tengono insieme il nucleo. Altro che elettricità. E allora succede che vediamo una cosa interessante: che ad ogni livello di grandezza vince una forza diversa. A livello dell’atomo, la cosa importante è le forze nucleari. A più grande livello, tipo al nostro, di livello, fino a qualche migliaio di chilometri, è l’elettricità che tiene insieme la baracca. Le molecole, eccetera. Ma più in grande, pianeti, galassie, è la gravità. E qui qualcun di voi mi dovrebbe dire, ei, ma hai detto che ics quadrato si semplifica, quindi la distanza chissenefrega. E allora come mai dici che poi vince la gravità? Beh, perché di elettricità, di fuoco elettrico ce n’è due tipi. E i due tipi si annullano e fanno neutro. Se prendiamo un pianeta come la terra e facciamo finta che metà sia carico positivamente, mettiamo cento coulomb, e l’altra metà carico negativamente, mettiamo altri cento coulomb, quando siamo sul pianeta queste cariche le sentiamo da pazzi. Ma a un miliardo di chilometri di distanza, sono concentrate in un puntolino più piccolo di una stella come le vediamo nel cielo notturno. E quindi più o meno, il puntolino è neutro. Ecco perché invece, la gravità che attrae sempre, anche se poco alla volta, diventa importante. Perché nessuno la annulla.

Occhei. Ultimo sforzo, ora che abbiamo questa legge bellissima. Come vedere le cariche elettriche e un po’ anche come misurarle.

Usiamo uno strumento molto semplice: mettiamo in un barattolo col vuoto dentro un’asta conduttrice con in fondo due laminette di metallo, di alluminio per esempio.

Ecco lelettroscopio. Vintage, ma sempre funzionale.

Ecco l'elettroscopio. Vintage, ma sempre funzionale.

Quando tocchiamo l’asta conduttrice con qualcosa di carico elettricamente, ad esempio negativo, la carica viene condotta nell’asta e arriva alle lamine. Siccome le lamine sono in fondo, non possono far scorrere la carica da nessun’altra parte, e si caricano elettricamente. Legge di Coulomb, cariche uguali. Le lamine si respingono e si aprono. L’angolo con cui si aprono dipende ovviamente, a parità di tutte le altre proprietà, tipo il peso delle lamine, la resistenza che fa il metallo a piegarsi, eccetera, dalla carica che gli mando. Quindi riusciamo a confrontare cariche elettriche. Che è un po’ come misurarle.

Questa cosa si chiama elettroscopio.

Basta, per oggi, va. Aspetto commenti, e voglio le domande del non ho capito.

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Oh bene. Oggi la divulgazia di oggi parla di crisi.
Non di crisi mistica, eh. Oh di crisi dei valori o di “siamo in crisi, forse ci lasciamo”. No. Parliamo di Crisi quella con la ci grande. Eh! Ma c’è la Crisi! Ecco, quella crisi lì.

Perché la domanda è: ma cos’è sta crisi? E come è successa, che ci siamo distratti un attimo e sbang ecco la crisi? E Perché? Insomma tutte queste cose qui, che come al solito, dobbiamo andare con ordine e cominciare dal principio.

Dunque. Il principio è tanti anni fa. In principio c’erano gli Investitori. Gli investitori è gente che ci ha un sacco di soldi. Questi soldi in realtà li hanno grandi istituzioni finanziarie, tipo i fondi pensionistici, le compagnie di assicurazioni, robe così insomma. Robe che ci hanno un sacco di soldi e li devono far fruttare. Questi sono gli Investitori. Tanti anni fa quindi, ci erano questi investitori e i loro miliardi di soldi. E gli investitori cercavano di fare buoni investimenti. Un buon investimento è un investimento che fa fare tanti soldi con poco rischio, per semplificare.

Ecco che normalmente questi investitori compravano buoni del tesoro e robe così dalla banca centrale. La banca centrale ha il vantaggio di dare sicurezza agli investitori: non è che fallisca la Federal Reserve, per dire, tutti i giorni. Quindi è un buon investimento, se paga a sufficienza.

Il fatto è che la banca nazionale deve fare il suo lavoro di banca nazionale, e quando c’è stato il crollo della new economy e poi l’undici settembre, la Federal Reserve ha abbassato i tassi a tipo l’uno percento.

Avere i tassi bassi comporta che gli investitori non hanno un buon ritorno: l’uno percento è poco. D’altra parte, possiamo conoscere dei nuovi personaggi di questa nostra storia: le banche.

Le banche, ora che il costo del denaro è basso, possono prendere i soldi in prestito dalla Federal Reserve a solo l’uno percento di costo. E quindi possono far girare un sacco di soldi. L’accesso al credito diventa facilissimo e le banche giocano il gioco di prestare i soldi per fare leverage.

Il leverage è un trucco che puzza di magico: funziona così. Ci sono moishe e samuel di moniovadiana memoria ke hanno decimila dolla. Kvesti decimila dolla moshe e samuel compra uno fagone di scatole di tonno per mangia. Poi moishe e samuel fende tonno kon undecimila dolla e gvadagna mille dolla. Buono affare. Moishe e samuel kontenti. Ora samuel e moishe ha più migliore idea: loro va di banko con decimile dolla, ci kiede a banko novicentonovantimile dolla di presta. Banko presta e moishe e samuel ora ci ha uno milione di dolla. Lui kompra cento fagoni di tonno per fendere komprare fendere komprare. Kvesti cento fagoni loro vende con milionocentomiladolla. Novecentonovantamile ridà di banka. Altri decimila a banka di interesso, uno pircento. Resta centomile dolla, meno decimila ke moishe e samuel ci aveva riginali di inizio, totale risultato di gvadagno per moishe e samuel fa di novantamiladolla. Più migliore affare e moishe e samuel moltissimo di più kontenti.

Ecco questo è come funziona il leverage. E le banche ci fanno una valanga di soldi, in questo modo: le banche sono moishe e samuel e il banko è la banca centrale. Questo perché le banche possono accedere al credito della banca centrale. E fanno grandiosi affari.

Ora gli investitori, che hanno guadagnato fino a ieri, vedono quel che fanno le banche e provano a vedere se riescono a entrarci in qualche modo. Ovviamente, devono trovare un modo che faccia guadagnare tutti, non possono battere le banche. E se non puoi batterli, unisciti a loro. Ecco che con le banche elaborano un piano. Intanto pensano: gli investitori, che sono assicurazioni, fondi pensionistici, robe da vecchiette, cercano investimenti vantaggiosi, sì, ma soprattutto sicuri. E qual’è l’investimento sicuro per antonomasia? Parlate con la persona più timorata dall’investimento del mondo, il cinquantenne piccoloborghese. Qual’è l’investimento che farebbe? Le banche e gli investitori ascoltano le vecchiette in autobus: ah no cara lei, guardi, quell’eredità dello zio gino, sa, si compri un appartamento, che è l’investimento migliore. Ah sisì mia cara, come il mattone non ce n’è.

E nella testa degli investitori e delle banche si fa largo un’idea. Che non è comprare appartamenti.

Già, perché comprare appartamenti è un culo. Se avete, mettiamo, dieci miliardi di euro da investire, anche se vi occupate solo di appartamenti di un certo livello, a cinquecentomila euro ad appartamento dovete comprarvi ventimila appartamenti, che vuol dire un certo qual numero di assemblee di condominio. No no, troppo casino. L’idea migliore è pensare cos’è che assomiglia ad un appartamento ma senza lavori né assemblee di condominio, dal punto di vista di una banca o di un investitore? Ebbene sì: i mutui. Proprio loro. Ok: vediam che combinano.

In pratica, le banche hanno questa brillante idea: vendere i mutui. Funziona così. Una famiglia vuole comprare una casa. Ha un po’ di grano da parte e un altro po’ lo chiede a prestito. Va in banca e chiede un mutuo. Il mutuo gli viene concesso dalla banca. Questa cosa del mutuo, di base, è vantaggiosa per tutti. La banca prende l’interesse, ma la famiglia ha la rivalutazione della casa, l’investimento nel mattone. In pratica, il valore delle case è sempre cresciuto. Quindi io compro una casa oggi a cento. Alla fine del mutuo l’avrò pagata centodieci ma alla fine del mutuo varrà centocinquanta. In più ci posso vivere dentro. Ora la parte nuova.

La parte nuova è la seguente: gli investitori chiamano la banca e le dicono, cara banca. Vendimi il mutuo dei signori rossi. E la banca dice beh insomma io ci guadagnavo. E l’investitore dice beh ma io te la pago bene. Banca, tu presti cento e dopo vent’anni guadagni centodieci. Io ti compro tutta la baracca oggi e subito a centootto. Tu praticamente non ci rimetti niente ma in cambio io mi accollo tutto il rischio dei prossimi vent’anni. E la banca ovviamente accetta. Perché la banca fa praticamente soldi gratis. E l’investitore cosa ci guadagna, un sacco di rischio e pochi soldi? Beh sì, ma c’è il trucco, l’asso nella manica, che è il leverage. Sì, perché l’investitore fa lo stesso mestiere di moishe e samuel, si fa prestare miliardi di dollari e compra decine di migliaia di mutui. E ogni mese entrano in cassa dell’investitore soldini. Un sacco di soldini. Evviva. Tutti sono contenti: chi ha fatto il mutuo ha una casa che aumenta di valore. La banca fa soldi gratis. L’investitore fa un sacco di soldi col leverage dei mutui.

Spetta un attimo. E il rischio? Gli investitori non amano il rischio, e quindi non fa per loro tenersi tutto il rischio che tolgono alle banche. Ecco. E così pensano ad un ulteriore passetto: far prendere il rischio a chi il rischio è disposto a prenderselo. Così fanno una cosa che si chiama cidiò. Il cidiò è una cosa così: tu vieni da me che sono l’investitore. Mi dai dei soldi. Io quei soldi ti dico: quanto ci vuoi indietro? Il dieci percento, il sette percento o il quattro percento? Io prendo a prestito i tuoi soldi per fare leverage. Ci compro i mutui. Poi restituisco i soldi. Prima a quelli che han detto che vogliono poco rischio e poco guadagno. Al quattro percento. Poi quelli che avanzano li do al sette percento a quelli che hanno detto il sette. E poi alla fine al dieci percento a tutti gli altri. In questo modo io i soldi li prendo subito, a rischio zero. In cambio pago il rischio a chi investe a rischio alto. Sì, perché in pratica, quelli al dieci percento, se i soldi non arrivano, di soldi non ne vedono.

E così sono ancora tutti contenti, chi compra la casa che ha fatto un buon investimento; la banca, che vende a caro prezzo i mutui; gli investitori a basso rischio che guadagnano tanto sul leverage; gli investitori ad alto rischio che hanno alti guadagni se rischiano molto.

E tutti vissero felici e contenti.

Attenzione però, perché ora c’è l’inghippo.

Gli è infatti che gli investitori tirano troppo la corda.

Ora, state attenti, perché non è che l’investitore, o la banca, o il compratore di casa, o l’investitore ad alto rischio, o nessun altro siano il male, il malefico tycoon che buahaha vuole comprarsi tutta gotham e commette hybris. No. Tirano troppo la corda per un semplice motivo: che è la cosa più conveniente per loro da fare. Per capirla proprio bene, questa cosa, ci vorrebbe la teoria dei giuochi che vediamo in una futura prossima divulgazia. Ma di base il concetto è: io investitore, o banca, o compratore di casa, o investitore ad alto rischio, cosa mi conviene fare? E la risposta è sempre quella: tirare un pochino di più la corda, perché tanto il rischio di andarci sotto lo passo al prossimo passo della catena. E quindi succede questo.

Succede che a un certo punto l’investitore è così contento del suo leverage adorato, della precisione orologiosvizzerescha del suo cidiò, che dice alla banca: banca, altri mutui, please. E la banca dice boh, ma io mica ce l’ho della gente a cui fare i mutui. Tutti quelli che ci stanno dentro già ce l’hanno un mutuo. Ma la banca ci pensa un po’ e dice: mmmm ci avrei un’idea, caro il mio investitore, ma se io dessi un mutuo a mister pink, cassintegrato giocatore compulsivo alcolista, tu te lo compri uguale? L’investitore ci pensa, poi pensa al suo leverage e gli piange il cuore a piantarla lì, poi pensa al cidiò e si dice, beh chissenefrega, cazzi degli investitori ad alto rischio: vorrà dire che se mister pink non paga, gli pignoriamo la casa, la mettiamo all’asta e a posto così. E dice, investitori ad alto rischio, ve ne state di questo rischio? E l’investitore ad alto rischio dice beh sticazzi. E l’investitore replica, ma se invece del dieci ti do il dodici? Ah fratello ma potevi dirlo subito! Lo sai che è un piacere fare affari con te, dice l’altorischiante. E così è. La banca dice bella lì, mister pink, ti puoi comprare la tua casa con sala poker al primo piano. Certo è che siccome non sei proprio un stinco ‘e santo, diciamo che invece dell’interesse normale mi devi un pochino di più. Mister pink ci pensa e poi dice boh sticazzi, d’accordo. Tanto sicuro che vinco ai cavalli e pago tutto e subito.

E così, migliaia di mister pink si fanno un mutuo, che non è proprio di prima categoria, è un po’ sotto. Come dire, subprima, o subprime per sciallarsela da stranieri. Migliaia di mister pink pagano a stento la loro rata, ogni tanto qualcuno sbanca, gli vendono la casa e si rifanno dei sacchi. Ma poi, come al solito, arrivano gli arabi.

Gli arabi sono quel popolo che ci ha il petrolio. Storicamente, il petrolio viene trattato in dollari. L’unità di misura del prezzo del petrolio è il dollaro al barile. Ma a un certo punto l’euro è diventato un pelo più forte del dollaro.

Breve inciso, per chi so io che non ha chiaro che vuol dire moneta forte: vuol dire questo. Io prendo di stipendio mille euro al mese, poniamo. Poniamo che il pane costi dieci euro al chilo. Sì, lo so, è solo un esempio, per fare venire i conti. Vuol dire che con lo stipendio di un mese compro cento chili di pane. Ora facciamo finta che io mi trasferisca a San Diego. Che figata. Vabbè, insomma. Poniamo che, tradotto in euro, il pane costi cinque euri il chilo. Allora, col mio stipendio di mille euri il chilo, ce ne compro duecento, di chili di pane. E quindi sono più ricco. Perché la mia moneta è più forte dell’altra. Si intende, che un americano del nostro esempio, guadagni l’equivalente di cinquecento euri al mese, come a dire, cento chili di pane al mese. Questo per dare l’idea, ma magari poi un’altra volta ci torniamo.

Ora, dicevamo, gli arabi. L’euro diventa più forte del dollaro e gli arabi, che non sono mica scemi, dicono ah beh, noi vogliamo essere pagati in euro. Siccome non è che si possa proprio uscirsene con eilà cambiamo tutto a livello mondiale, gli americani non sarebbero mica contenti di questa cosa e nessuno vuol fare arrabbiare gli americani, allora hanno questa bella pensata: il mercato funziona a domanda e offerta. Noi riduciamo l’offerta quel tanto che basta a tenere il prezzo, in dollari al barile, come se fosse in euro al barile. E il petrolio sbarella, ve lo ricordate a centoquaranta dollari al barile? Ora, non è che sia solo per quello che ha fatto tutto sto casino, il petrolio: gli è che se so che l’offerta cala e la domanda è sempre quella (o addirittura è in crescita, il petrolio serve a qualunque processo produttivo, di trasporto, energetico, e quant’altro) il prezzo aumenterà, e quindi mi conviene, a me investitore (ei, di nuovo gli investitori) comprarne un bel po’ e tenermelo da parte, per rivenderlo quando il prezzo aumenterà. Ma se lo metto da parte, l’offerta scende ancora, la domanda sale perché tutti vogliono petrolio e il prezzo schizza.

Ora fate finta di essere una grande azienda che produce un bene primario. Chessò, cellulari, automobili, merendine, quello che vi pare. Per produrre, impacchettare, distribuire, promuovere, vendere il vostro prodotto, ci avete bisogno del petrolio. E quindi lo comprate a caro prezzo: per voi non è un investimento, è una necessità.

Ora, facciamo finta che il vostro prodotto costasse cento. Che il petrolio entrasse nel prezzo finale per il venti percento, e che il prezzo del petrolio sia raddoppiato. Vuol dire che il nuovo costo delle merendine vostre ora è centoventi. Facciamo sempre finta che le merendine costassero al pubblico centocinquanta, con un guadagno di cinquanta per merendina da parte vostra. Siccome non è che siete la caritas, finché ve le comprano, voi le vendete a cinquanta più del costo. Siccome abbiamo detto che parliamo di beni considerati “necessari” (che lo siano o meno per davvero è irrilevante, finché sono percepiti tali) la gente li comprerà. Lo stipendio di mister pink è sempre uguale, ma il prezzo delle merendine di mister pink è aumentato. Risultato, mister pink è meno ricco. O per meglio dire, più povero. Ad un certo punto, basterà un imprevisto minimo perché non riesca più a pagare il mutuo. Non c’è problema, dice la banca. Mettiamo la casa all’asta, la vendiamo e vualà, rifacciamo i soldi. Bello, finché mister pink è da solo. Supponiamo invece che in questa situazione inizino ad essere decine, centinaia, migliaia di mister pink. Che succede?

Succede la vecchia regola di domanda ed offerta: ci sono più case in vendita di acquirenti disponibili. E quindi il prezzo delle case crolla. Ora. Vi ricordate i mutui di prima? Un mutuo da cento, l’investitore lo paga centootto alla banca e incassa centodieci. Poi fa il cidiò. Bene. Ora l’investitore ha pagato centootto, non incassa una fava e deve mettere all’asta una casa che riesce a vendere a cinquanta. Per fortuna che ha fatto il cidiò, quelli ad alto rischio la prendono nel culo, ma insomma, l’alto rischio se l’eran scelto. Forse siamo salvi.

Sì, ma l’economia è infame: bisogna sempre guardarsi intorno. Gli è che succede questa cosa. Mister white, che ancora riesce a pagare si trova a pagare centodieci per una casa che vale cinquanta. E allora dice, ma che pago a fare? Tenetevela la casa, a me non mi conviene più tenermela. E smette di pagare.

Ora l’investitore è nei casini, perché anche quelli che potevano pagare non pagano più, e quindi aumentano le case all’asta e aumenta l’offerta. E quindi i prezzi diminuiscono, e più gente smette di pagare perché non gli conviene più, che fa aumentare le case all’asta, e via così. Il cidiò smette di funzionare: non ci sono i soldi neanche per pagare quelli al quattro percento, gli investimenti sicuri. E quindi nessuno di quelli che compravano i cidiò ne comprano più, per l’ottima ragione che gli investitori ad alto rischio, anche se rischiano, non sono mica scemi. E non sganciano più un soldo.  L’investitore va in ansia, perché ha preso in prestito miliardi di dollari per fare il leverage, e ora li deve restituire, ma nessuno lo paga più per il suo cidiò. E gli investitori ad alto, medio e basso rischio che compravano i cidiò? Beh quelli non comprano più adesso, ma hanno già comprato prima, e ora hanno dei simpatici contratti di investimento che non producono più soldini. La banca telefona all’investitore e gli dice, vecchio mio, ho tanti bei nuovi mutui per te, ma l’investitore non è stupido neanche lui e gli dice fumateli nella pipa i mutui. E tutto si ferma.

Tutti iniziano a dichiarare bancarotta. E fin lì uno dice: ma a me che me ne frega? Io ci compro il latte, collo stipendio, mica i cidiò.

Gli è però che il ciclo finora è solo a metà. La prossima puntata, invece, parliamo di stipendi, di consumi, di deflazione, di decrescita e di tutta quell’altra metà della crisi, quella per cui anche se “La Vostra Crisi Non La Paghiamo”, in realtà la paghiamo tutti uguale.

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Voi non lo sapete, ma io ho nuovi entusiasmanti divertimenti.

Il paracadutismo estremo? No, più assurdo. I film di Woody Allen? No, più divertente (io Woody Allen abbastanza lo odio). Ebbene sì: l’economia.

L’economia è una scienza strana, e quindi in effetti è simpatica. Lo so che direte ora che non è vero, che argh!, che cosa stai dicendo, l’economia fa schifo. E’ triste. E’ il male. E’ tutta colpa
dell’economia, eccetera. Anche io lo pensavo.

Poi ho avuto un’epifania: l’economia, mi hanno detto, è una scienza senza valori, nel senso che uno i valori ci mette i suoi e usa l’economia per metterci bene i suoi valori. In realtà, come la fisica per dire, che a seconda dei valori che uno ha serve per fare le bombe atomiche o per aprire i barattoli di sugo sottovuoto, ecco.

Prima di iniziare a parlarne, vorrei solo mettere in chiaro ancora una cosetta piccola ma importante: non ne so tanta, quindi più che una divulgazia questo posto qui vorrebbe essere uno spunto di discussione.. Come dire, niente di più facile che abbia capito pan per
lanterne. Ecco.

Dunque, come dice Moni Ovadia, tutto sta a vendere comprare vendere comprare vendere comprare. Ma partiamo dal principio.

Prendiamo back, il cane rosso bastardo fuori e dentro. Ecco, back ha chiarissimo in testa il concetto di “mio”. Se provate a dargli per dire un osso di ginocchio di mucca, lui se lo prende, se lo
custodisce, vi ringhia se lo volete riprendere. Fin qui tutto bene, a parte che vi vedo già strabuzzare gli occhi, e con la schiuma alla bocca dire “non starai mica dicendo che la proprietà privata è un concetto innato eh!?”

Ecco beh sì, la proprietà privata è un concetto innato, ma è molto più complicato di così. In pratica, è come dire: mi piacciono le scarpe rosse, o i compiuteri mac, o appartenere ad un gruppo, per esempio la gente di sinistra o la croce rossa o che ne so, e sono disposto a dare
qualcosa in cambio per averli, soldi, tempo, fatica, che ne so.

Back il cane rosso, essendo un premio nobel, sì, ma pur sempre un cagnetto, invece, non concepisce il concetto di scambio. L’osso è mio e basta. Ora voglio i gratti sulla testa. Anche i bimbi piccoli la vedono così: tutto è dovuto, voio quello. Se no, capricci.

Ora, siccome i soldi sono la cacca del diavolo, facciamo per un momento finta di abolirli, di tornare a fare i fricchettoni che barattano. A monte le banche, la borsa e tutto il resto.

Funziona benissimo, finché siamo d’accordo. Cioè finché ho qualcosa da scambiare che a te serve e non hai e viceversa. Tipo: la E. ha un vasetto di melanzane sott’olio e io invece la salsa barbecoa alla birra. Se mi dai un vasetto a me io ti do un barattolo a te e tutti amici. Ora però supponiamo che a me le melanzane mi facciano schifissimo (ciò è falso e tendenzioso, si badi, e io sono
assolutamente favorevole ad un eventuale scambio come il succitato). La E. però mettiamo che non abbia altro che melanzane, quest’anno. Lei vorrebbe la salsa barbecoa, ma non ha nulla da darmi in cambio. Allora potrebbe scambiare le melanzane con degli zucchini, dare a me gli zucchini e avere la salsa. Vittoria.

In effetti questo metodo funziona abbastanza bene. Per ora teniamolo.

Evviva, siamo una comunità fricchettona che ha abolito la cacca del diavolo.

Ecco, è evidente una cosuccia: che siccome non c’è i soldi, le melanzane, gli zucchini e la birra per la salsa non è che li compri alla coop o dal besagnino: devi o produrteli o scambiarli con qualcosa
che hai prodotto con qualcuno che li ha prodotti.

Ci dividiamo quindi la terra a disposizione: un pezzetto per ciascuno. Io ci coltivo il luppolo e l’orzo, la E. le melanzane e la Nessie gli zucchini. Tutto fila a gonfie vele, e la comunità si
allarga. La terra è fertile, le piogge gentili e tutto è come in una stucchevole fiaba da sussidiario.

C’era una volta, però, che la nessie aveva unite le sue terre all’uliveto palestinese, ché stavano insieme oh che gaudio. Poi graziaddio lo abbiamo sradicato. A questo punto, la nessie ha due
pezzi di terra, ma riesce a malapena a coltivarne uno solo a prezzemolo e basilico ikea. Quando arriva la amber che dice cheffigo anche io voglio venire con voi, la terra in di più della nessie la
nessie ce la può dare alla amber. Il fatto l’è che se invece di uno sono due, o tre, o mille, i nuovi amici che vogliono venire a vivere con noi, bisogna decidere a chi darla, la terra. Ora, nel magico mondo dei mio mini pony la terra si ridivide per due o tre o mille e tutto funziona. Ma nel mondo reale, con un millesimo di campo non si producono abbastanza carote o melanzane o capre per ciascuno. Lo scopo del gioco è ovviamente stare tutti il meglio che si può. Facciamo un esempio.

Diciamo che Antonella e Berto sono due nuovi amici. Vanno dalla nessie e dicono che ce l’hai della terra da darci, tu che ne hai ereditata un bel po’ dall’ulivo palestinese? Ora, le possibilità sono
fondamentalmente quattro:

  • la nessie dice no, tiene la terra lì e incolta. Un campo lo coltiva, l’altro no. Ottiene un raccolto, facendo una fatica tot. Antonella e Berto non ottengono niente. Rispetto a prima, non cambia niente.
  • Oppure, numero due: la nessie dice certo, fate pure. Vi do tutta la terra. La nessie non coltiva più. Ottiene zero, a zero fatica (ma un sacco di fame). Antonella e Berto ottengono ciascuno un raccolto, a fatica tot a testa. La situazione di Antonella e Berto migliora (lafame è peggio della fatica), quella della nessie peggiora.
  • Numero tre: la nessie prende il campo incolto e lo divide tra Antonella e Berto. Antonella: mezzo raccolto, mezza fatica. Idem Berto. La nessie come prima. La situazione della nessie è stabile,quella degli altri due migliora.
  • Numero quattro: la nessie prende i suoi due campi, li da uno a Berto e l’altro ad Antonella. Come il caso numero uno. Però dice: voi coltivate i campi e mi date a me un terzo del raccolto ciascuno. A questo punto, Antonella e Berto fanno due terzi di raccolto ciascuno, con fatica un tot ciascuno. La nessie invece ha due terzi di raccolto ma a fatica zero. La situazione di tutti e tre migliora notevolmente. Per Antonella e Berto perché non hanno più fame, per la nessie perché non fa più fatica.

A questo punto è importante considerare che dobbiamo metterci nella situazione in cui non siamo tutti amici. Perché, dite voi? L’economia schifa l’amicizia? Beh no, assolutamente, anzi. Il fatto è che essere amici di qualcuno è un potentissimo incentivo: per amicizia siamo disposti a fare o dare cose a gratis. O per meglio dire, in cambio di affetto, stima, gratificazione e robe così invece che melanzane sottolio. Se la streganocciola mi chiede di aggiustarle il compiutero lo faccio gratis perché è mia amica, e quindi in realtà non è gratis ma è in cambio di riconoscenza e affetto e stima. Siccome siamo amici, la sua riconoscenza, affetto e stima hanno per me un valore alto, più
alto del prezzo da pagare di sbattimento e noia e tempo che ci metto ad aggiustarle il compiutero. Se me lo chiede uno sconosciuto, la riconoscenza, affetto e stima che ottengo dallo sconosciuto sono di scarso valore per me. Vorrò invece delle melanzane. Quante? Beh, più che posso e non meno di quante ce ne vogliono per pareggiare lo sbattimento. Lo sconosciuto farà il ragionamento opposto: quante melanzane è disposto a darmi? Meno che può e comunque non più di quelle che lo consolerebbero del compiutero rotto. Questo in economia si chiama rapporto costi benefici. Io ho un certo costo, ad aggiustare un compiutero, e lui ha un certo costo a non avere un compiutero che funziona. Io aggiusto il compiutero dandogli così un certo beneficio, e in cambio ottengo melanzane che danno a me un beneficio. Ci mettiamo d’accordo se entrambi abbiamo il massimo beneficio dalla cosa.

Ma torniamo allo scambio e alla comunità fricchettona che a
bbiamo fondato. Supponiamo di volerci comprare un trattore. La strega, nella fattispecie. Vuole un bel trattore Apple, un trattore bianco con una mela sui coprimozzi. Per sua fortuna si da il caso che ci sia proprio un membro della comunità che è capace a fare i trattori apple. Bene, credo sia evidente a tutti che ci vogliono un sacco di melanzane sottolio per un trattore. Per esempio diciamo che ci vogliono quattro raccolti di melanzane per un trattore. A questo punto ci sono due modi perché la strega possa pagare: o mette da parte per quattro anni le melanzane (o meglio, ne mette da parte un po’ ogni anno per più anni, perché deve comunque mangiare) e poi le da al trattorista in cambio di un trattore, oppure fa un puffo. Dice senta, trattorista, facciamo che lei mi da un trattore ora, e io per tot anni le do tante melanzane così. Son due modi, entrambi validi.

Vediamo il primo. Allora, è evidente che le melanzane vecchie dieci anni sono muffose e raggrinzite. Non si riescono a risparmiare. Questo è un po’ uno scazzo. Anche senza volere il trattore, capita che un anno ci vengano un sacco di melanzane e l’anno dopo sbagliamo a
annaffiare e non abbiamo raccolto. Il risultato è che ci siamo riempiti di roba l’anno prima ma quest’anno non possiamo usare quell’avanzo lì. Sarebbe meglio avere un modo per ricordarsi che
l’anno prima ho dato un sacco di melanzane in giro e quest’anno vorrei riavere indietro un po’ di zucchini. Un promemoria.

E allora ci incontriamo una sera da stavros e decidiamo che usiamo i sassolini della spiaggia. Se io ti do due melanzane, tu non mi dai le zucchine se non ce le hai, ma mi dai quattro sassi. Io l’anno dopo torno e ti ridò i sassi e tu mi dai le zucchine che mi devi. Evviva! Ora possiamo mettere da parte per il trattore. Dopo tipo otto anni che metto via sassolini avuti in cambio delle melanzane posso dare i sassolini al trattorista e lui si farà dare zucchini a profusione. Oppure posso fare una cosa più furba: andare di notte alla spiaggia con un secchio, riempirlo di sassolini e dire che io era cento anni che risparmiavo sassolini, e ora sono ricco. Non funziona.

Il modo che ripensiamo allora è che usiamo qualcosa di raro e che abbia un valore intrinseco. Gli esseri umani le cose che luccicano e hanno in pochi gli piacciono molto, e sono disposti a pagare un certo tot di melanzane per averli. Diamonds are a girl’s best friend. E anche l’oro, per dire. L’oro non serve praticamente a niente, ma ha due grossi vantaggi: non si spala sulla spiaggia e non
arrugginisce. Vuol dire che alla maggior parte della gente conviene di più ottenere l’oro dalle melanzane che andandolo a scavare di nascosto per imbrogliare. E anche vuol dire che se mi dai oggi dell’oro, l’anno prossimo è ancora buono, non arrugginito e non corroso. Quindi è un buon materiale di scambio. Diciamo che ti do un grammo d’oro per dieci melanzane, e tu potrai tenerlo e poi riusarlo quando vorrai. L’oro tralaltro è bello pesante e duttile, così un bel po’ di valore in oro è trasportabile facilmente, più facilmente delle melanzane o delle pecore che scambiavamo finora (la pecunia, appunto). L’unico problema rimasto è essere sicuri che non ci imbroglino. Per esempio, dicendo che un pezzo d’oro è un grammo quando invece è di zerovirgolaotto grammi, o che è oro e non ottone, eccetera. Come facciamo? Con l’aiuto di un amico comune, o di un’autorità fidata. Prendiamo qualcuno che sia onesto e preciso. Quando io devo darti dei soldi, prendo i miei
pezzi d’oro, vado dall’onesto e preciso omino, gli dico: mi certifichi che questo oro è proprio un grammo ed è proprio oro? Lui dice sisì, mi fa una garanzia, io ti porto oro e garanzia e tutti siamo
contenti. Beh, tutti tranne il fidato omino: perché dovrebbe sbattersi col bilancino di precisione? Certo, per un incentivo. Gli lasciamo un pochino dell’oro. Per esempio, gli diamo un grammo, lui ce lo marchia con un punzone apposito che si sappia che è solo suo, si tiene cinque centesimi di grammo e ce ne restituisce zeronovantacinque grammi, ma marchiati. E allora? Ci perdiamo? Beh no, perché invece di un grammo sono zeronovantacinque, ma certificati. Siccome la tranquillità di non essere stati fregati vale almeno cinque centesimi di grammo, ce ne stiamo di zeronovantacinque sicuramente buoni rispetto a un grammo forse falso. L’oro viene marchiato (col marchio, o marco, magari tedesco veh) con marchi diversi in base al peso, ad esempio una libbra (o lira che dir si voglia…).

Orbene, a questo punto la strega può dare via melanzane in cambio di libbre, pardon: lire d’oro. Quando ne ha racimolate abbastanza le può dare al trattorista per il suo trattore apple.

In realtà però c’è da considerare una questioncilla: il trattore avrebbe migliorato la resa del campo della strega nocciola. Supponiamo che di base il campo produca cento melanzane all’anno. Col trattore invece centoventi. Aspettare otto anni per avere il trattore mentre si mettono via le lire d’oro è uno schiaffo alla povertà: significa buttare via centosessanta melanzane, praticamente. Ovvero, un raccolto e mezzo e un po’ di avanzo. Scazzissimo. Come fare? Facile, basta dire al trattorista: dammi il trattore e io te lo pagherò quando avrò le libbre, le quali le avrò celermente, per causa che il trattore mi aiuterà. Già, eccellente. Ma di che mangia, il trattorista, per quegli anni che aspetta le libbre?

Momento, c’è il fidato amico, che lui ha un sacco d’oro e nessuna melanzana. Ricordate? Quello che scrive sull’oro quanto pesa e si tiene la sua parte. Ecco, lui viene lì e dice alla strega nocciola:
facciamo così. Io ti do subito le quattrocento libbre che ti servono, e tu me le ridai con calma quando le hai. Così ti puoi comprare subito il trattore. Per il disturbo facciamo che me ne ridai cinquecento invece di quattrocento e a posto così. Come prima, tutti sono più contenti: la strega nocciola ha il suo trattore, il trattorista le libbre per comprarsi melanzane zucchine e capre, il fidato amico che ha cento lire in più. Evviva evviva. La cosa funziona così bene che un sacco di gente va dal fidato amico a chiederci delle libbre a prestito. Al fidato amico va così bene che mette un banchetto in piazza, poi un banco vero e proprio, e alla fine -le femmine si sa sono più in grande dei maschi- una banca. Facendo le cose in grande, all’amico inizia a scarseggiare l’oro. A questo punto fa due cose, una più ragionevole e una assolutamente azzardata. Quella più ragionevole è questa: chiede l’oro alla gente che ce l’ha. Dice a tutti: se state risparmiando dell’oro, fate così: me lo date a me, io ve lo tengo e quando lo rivolete ve lo rendo. In cambio vi do un po’ di soldi ogni tot che me lo lasciate. Questo tot è meno di quello che chiede lui, ma comunque meglio di niente, e effettivamente siccome l’amico è fidato, si è tranquilli che i soldi è come averli in casa ma con un valoruccio aggiunto. E a costo praticamente zero, ogni cacatella di mosca fa sostanza. Quei soldi che prende dalla gente, l’amico li mette insieme e li presta a più rischio per più tempo eccetera come si diceva prima. Poi però fa un’altra cosa: presta i soldi che non ha. Attenzione perché è una cosa grossa, questa. In pratica dice: occhei, tu vuoi cinquecento libbre. Io invece di dartele in libbre d’oro, ti scrivo una nota che dice “cinquecento libbre. Sul mio onore, croce sul cuore, che se vuoi venirti a prendere l’oro da me in banca lo puoi fare quando vuoi, ma per ora ti lascio solo l’impegnativa. Firmato, l’amico fidato. Anzi, come si fa chiamare ora: firmato il Governatore della Banca d’Italia”. Ecco fatto, ha inventato la nota di banca, banconota per gli amici. La bellezza della cosa è che questa banconota è, come si dice, “al portatore”: c’è scritto sopra “pagabile a vista al portatore”. Cioè chiunque ce l’abbia può richiedere l’oro, chiunque egli sia. E quindi sulla fiducia, quella carta lì vale tanto oro quanto c’è scritto sopra. Che è come dire che l’oro non serve più, fintanto che ci fidiamo del fatto
che lo possiamo prendere quando vogliamo. Questa cosa è una cosa geniale, perché il risultato è che abbiamo creato ricchezza dal cilindro. In pratica nulla vieta all’amico di scrivere un sacco di banconote, tanto la gente se ne sta. In pratica, però, c’è anche da dire che questo tipo di giochetti sono ben
pericolosi. Vediamo perché.

Partiamo intanto dal fatto della fiducia: noi ce ne stiamo di lasciargli il nostro oro perché siamo sicuri che ce lo possiamo riprendere quando vogliamo. Poi anche che le banconote funzionano
perché chi le accetta è sicuro di poter prendere l’oro quando lo vuole. In realtà però abbiamo visto che di oro non ce n’è per tutti, è una specie di imbroglio della banca. In pratica, si considera che in media non tutti vorranno l’oro nello stesso momento, e quindi quello che entra può uscire e tutto il resto è di carta come se ci fosse. In certi casi però scoppia un casinuccio e tutto va ramengo. Tipo Mary Poppins quando il bambino urla non vogliono darmi i miei soldi! e
tutto il mondo chiede i soldi indietro per panico che non ce ne siano più. In quel caso lì non c’è più la fiducia di sottofondo e va tutto ramengo. Oltre che in Mary Poppins succede anche nel mondo reale, con la storia dei subprime, ad esempio, che magari vediamo un’altra volta.

Comunque, di fatto, se tutto il mondo vuole l’oro indietro dal nostro amico, l’amico non ce lo ha e quindi prima si deve vendere anche le mutande per avere dell’oro da dare e poi dichiara bancarotta e fallisce. Il problema in questo caso, oltre che dell’amico, è anche di tutti quelli che hanno delle banconote della banca dell’amico, che diventano carta straccia, of course.

Ecco, poi c’è l’altra, più sottile questione: facciamo che siamo tutti fiduciosi e non chiediamo l’oro tutti insieme. Allora, il Governatore della Banca si prende bene e stampa banconote a nastro. Per stamparle, lui spende poco, diciamo praticamente zero. Quindi a lui conviene dare una banconota per qualsiasi valore in oro. Offerta speciale: cento libbre in banconote a dieci libbre d’oro. Sembra l’affare del secolo: tutti ci guadagnano. Il banchiere guadagna dieci, la gente guadagna novanta. Cheffigo.

Ora siamo tutti ricchi. Cosa succederà? Bene, torniamo ai beni, cioè alle melanzane.

Facciamo finta che le melanzane costassero dieci lire al chilo. Prima, colle mie dieci libbre d’oro, me ne compravo quindi un chilo. Ora, con le mie cento lire di carta me ne compro dieci chili. Questo vuol dire, se tutti vogliono le melanzane, che la domanda di melanzane è dieci volte tanto. Non ce n’è per tutti, quindi dobbiamo litigare su chi si prende le melanzane, che tutti adoriamo a dismisura. Chi offre di più se le accaparra, naturalmente. Ora, il ragionamento che faccio è: se
io le pago cento lire al chilo a me non mi cambia niente rispetto a prima, visto l’affare che ho fatto con le banconote. Ma tutti penseranno la stessa cosa, quindi il nuovo prezzo delle melanzane sarà
di cento lire al chilo. E voi direte: chissenefrega? Beh, insomma. Supponiamo di avere da parte centomila lire. Per metterle da parte, ci abbiamo messo un sacco di anni, vendendo zucchini dieci lire al chilo. Ci servivano per comprarci il trattore nuovo, per esempio. D’un tratto, quei bei soldini lì valgono di fatto un decimo. In pratica ci posso comprare un quintale di melanzane, al
massimo. Questa cosa qui si chiama l’inflazione.

Dunque gli è che se non posso comprarmi il trattore (il cui prezzo, ovviamente è decuplicato anche lui), vuol dire che l’anno prossimo il trattorista produrrà meno trattori. Quindi non guadagnerà granché, e non potrà pagare degli stipendi congrui a quelli che lavorano facendo
trattori, che non potranno più comprarsi le zucchine. Quindi chi fa le zucchine non comprerà melanzane, e la E. non potrà comprare la mia salsa barbecoa e così via. E quindi tutti staremo peggio.

Ecco, io l’ho capita così. Che ne pensate?

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Quel che c’è è che, intanto che sto cercando di raccapezzarmi nei temi di wordpress e nei plugin e nei providers, e quale costa meno, e quale va meglio, eccetera, e spero di darvi nuove prestuccio, ecco, mentre questo, vi metto il link a una divulgazia un po’ complicata nel senso che ci è un briciolino di matematica ma spiegata eh… Ora ce lo so che la nessi tanto non lo legge per principio, ma se qualcun’altro ce ne ha voglia è qui, in PDF.

Ora, il fatto che un elemento sia radioattivo (o un isotopo del medesimo lo sia) non vuol dire che sia fissile, cioè si possa usare per fare fissione e sviluppare energia. Ad esempio, nessuno ha mai visto una centrale a carbonio 14, per dire. Al massimo a carbone, ma a carbonio 14 no. Invece certi isotopi di certi elementi pesanti sono fissili, tipo per esempio l’uranio 235. L’idea è questa: in certe configurazioni di nucleoni, se ci metto dentro un neutrone, crolla tutta la baracca. La classica goccia che fa traboccare il vaso. E si spacca tutto. A questo punto, succedono un po’ di cose. Intanto, i cocci. Dopo che l’atomo si è spaccato in due pezzi, i due pezzi sono altri elementi, più piccoletti. Questi elementi piccoletti sono belli pieni di tutti quei neutroni che ci aveva l’uranio. Che sono un sacco di più di quelli che servono a loro. Allora, un po’ quelli che riescono rimangono negli isotopi dei prodotti e un altro po’ si liberano e vanno in giro tutti soletti. Quelli che rimangono negli isotopi rendono ovviamente gli isotopi instabili perché son proprio tanti. Quindi tutti tuttissimi i prodotti della fissione son radioattivi, radioattivi a bestia e radioattivi beta quasi tutti. E quelli sì, fanno malissimo, a volte. L’esempio classico è lo iodio. Lo iodio ha la brutta abitudine di essere assorbito dalla tiroide, per cui si ferma lì. Ovviamente lo iodio che esce da una fissione dell’uranio sono lo iodio 129, che decade beta in xeno 129 e lo iodio 131 che decade beta in xeno 131, sparacchiando un bell’elettrone energetico dentro la tiroide. Dai che dai, tutto sto martellare di elettroni fa venire il cancro. Ma stiamo divagando.

Tutto il concetto è che l’energia che teneva insieme i pezzi, quel tot di forza nucleare, adesso è meno: deve tenere insieme due pezzi piccoli, e quindi si fa meno fatica che a tenere un pezzo grande. Ecco. Quell’avanzo di energia allora diventa energia cinetica e fa scaldare tutto di un pochino. Una roba tipo 211 milioni di elettronvolt. Per paragone, un atomo di carbonio che si ossida quando brucia, rilascia quattro elettronvolt. Un bel po’ in meno, no?

Ora abbiamo fatto una fissione da sola. Ma i neutroni che sono scappati per i fatti loro possono finire dentro un altro atomo di uranio e fare un altra fissione, oppure possono scappare via lontano lontano. A seconda che trovi sulla sua strada un nucleo di uranio o no.

In realtà le cose sono appena un pelo più complicate, ed hanno a che fare con la velocità dei neutroni. I neutroni che scappano dal nucleo rotto van veloci, ma veloci. E se son tanto veloci, anche se incontrano un nucleo ci passano in mezzo come un fantasma. La cosa può apparire controintuitiva: nel mondo grande, più una cosa va forte, più è facile che quando scontra qualcosa la spacchi. Ma in realtà bisogna ricordarsi che qui non è un urto che spacca tutto, ma l’instabilità del nucleo. Prima il neutrone ci si deve piazzare in mezzo, e a quel punto crolla la torre. Se invece il neutrone va troppo veloce è come tirar via la tovaglia da sotto i bicchieri. Quando lo fai velocissimo, i bicchieri restano lì. Un altro modo di vederla è considerare il nucleo come una specie di goccia di roba liquida e tutta sballonzolante. Se ci tirate velocissimo un qualcosa contro, quel qualcosa ci passa bel bello in mezzo ed esce dall’altra parte senza farci niente, alla goccia. Se invece ci arriva abbastanza piano, rimane intrappolato nella goccia. A quel punto si stabilizza come abbiam detto sopra. Ecco, questa cosa qui sembra uno dei miei stupidi esempi, e invece è così vera che esiste addirittura un apposito “modello a goccia” che spiega le cose proprio così tra fisici nucleari veri.

Quindi, dicevamo. Dobbiam avere dei neutroni lenti, “termici” si dice, così che possa continuare la reazione. A disposizione però abbiam neutroni veloci. Come facciamo? Beh, basta rallentarli un pochetto. Il modo più semplice per farlo è far rimbalzare i neutroni contro qualcosa. Per esempio, l’acqua. Se ci mettiamo l’acqua, il neutrone inizia a rimpallare contro gli atomi di ossigeno e idrogeno, e cede a ogni urto un pochello di energia a questi atomi perdendone lui stesso. Quando è bello tranquillo riesce a entrare nell’uranio e fare un’altra fissione. Perfetto. Reazione a catena.

Siam quasi pronti per fare il nostro primo reattore nucleare. Anzi, la pila di fermi, che è un attimino più semplice perché trascura tutti i problemi collegati alla generazione di elettricità. Quelli li aggiungiamo dopo.

Innanzi tutto abbiamo bisogno di un po’ di uranio 235. Ecco, allora. Di tutto l’uranio presente in natura, il 235 è solo lo 0.7 percento del totale. Umpf. Ecco, allora dobbiamo arricchirlo. Arricchire l’uranio non è una roba capitalistica, nel senso che non è che facciamo diventare più ricco l’uranio. E’ più una bossi fini, nel senso che ci liberiamo dell’uranio povero. L’uranio ricco è ovviamente il 235. Quello povero il 238. Il risultato è che alla fine abbiamo da un lato l’albaro e la castelletto del nucleare, l’uranio arricchito, e dall’altro i vicoli e la sampierdarena bassa del nucleare: l’uranio impoverito. Ma quest’è un’altra storia.

Teniamoci l’uranio arricchito. Quello impoverito lo usiamo per fare proiettili e corazze di carriarmati. E’ bello denso e spesso. Il fatto che stermini la gente che ci gira troppo intorno quando si polverizza (il che non è raro, visto che solitamente i proiettili sono fatti per detonare e le corazze per essere colpite) –e il fatto che certi studi ben amplificati dalla stampa sensazionalistica ci buttino dentro effetti collaterali diversi da quelli reali tanto giusto così per fare un tanto al chilo da un lato dando notizie false e dall’altro nascondendo o seppellendo i veri, reali, letali problemi dell’uranio dietro a tutta una schiera di altre cose con probabilità dovute ad altre sostanze chimiche di cui nessuno si preoccupa– facciamo finta che non interessi. Semai lo riprenderemo un altro giorno.

Dicevamo, ho l’uranio arricchito. Ecco. Allora prendo una vasca. Ce lo metto dentro e ci metto dell’acqua e trac. Ecco fatto. Beh sì, ma non proprio. Nel senso che se ho abbastanza uranio 235 nell’acqua, un neutrone diventano due e poi quattro e poi otto e poi sedici e poi trentadue e poi sessantaquattro e poi centoventotto e via così belli esponenziali. E in men che non si dica diventa tutto caldissimo, fonde il fondo della vasca, cola al piano di sotto e vien tutto un casino. Avremmo senza indugio una bella fusione del nocciolo insomma.

Ah, ci va un inciso importante per capire: è impossibile che un qualsivoglia reattore nucleare, in qualunque situazione di esercizio, di guasto, di attentato terroristico, di quel che vi pare a voi per quanto apocalittico, esploda come una bomba atomica. E’ sbagliato il materiale (che per una bomba dev’essere moooolto più arricchito, tanto per capirci nei reattori si usa al massimo arricchimento al 50% per ottenere certi effetti, l’uranio cosiddetto weapon grade, cioè buono per farci le armi è arricchito almeno all’85%) ed è sbagliata la geometria di come si mette l’uranio nella vasca. C’è la stessa differenza che c’è tra un pezzo di legno secco e la polvere nera dentro una cartuccia. Sempre carbonio che brucia è, ma non s’è mai vista una bomba a legna secca.

Comunque il concetto è che anche se non fa il fungo atomico, la fusione del nocciolo è una bella gatta da pelare. Quindi vogliamo evitarla. In effetti, basterebbe togliere l’acqua, ma regolare velocemente e precisamente la quantità di acqua che circonda il nostro uranio è una roba mica come dirlo.

Un assorbitore è una sostanza che si prende i neutroni e se li tiene invece che lasciarli andare in giro. In effetti dev’essere una sostanza che assorbe un bel po’ di neutroni. Ad esempio il cadmio. Ecco. Si fanno delle barre di cadmio, che si chiamano barre di controllo e si mettono in mezzo all’uranio, nell’acqua. Le barre si fa che si possano estrarre un pochino e inserire un pochino alla volta. Ec
co. Così mettiam le barre tutte nell’acqua. Poi ci mettiamo l’uranio. E non succede un bel niente. Quel paio di neutroni che riescono a entrare se li ciuccia subito il cadmio, vorace com’è. Allora pian pianino togliamo il cadmio, un pochino alla volta. Diciamo che per esempio sfiliamo una barra di un palmo. Continua a non succedere niente. Ci dobbiamo mettere dei neutroni noi. Quindi inseriamo un emettitore di neutroni. Voila.

Ecco, abbiamo sempre la barra di cadmio tirata un po’ su. E adesso un neutrone riesce a passare e ad arrivare a un atomo di uranio. Prima fissione. Da quella fissione esce qualche neutrone veloce. L’acqua li rallenta. Qualcuno arriva a un altro uranio, qualcun altro viene freddato dal cadmio. Prima di poco, tutti i neutroni vengono ciucciati dal cadmio. Fine. Allora tiriamo su un altro po’ la barra. Va un po’ meglio, dura un po’ di più. Ma muore di nuovo. Un altro palmo, piano piano, un palmo alla volta. Finché alla fine tutto si spegne, si dice che il reattore è subcritico.

Estrai cadmio che estrai cadmio, a un certo punto c’è un buon numero di neutroni che entrano nell’uranio. In effetti, normalmente appena più del necessario: il numero di neutroni aumenta e aumenta, e quindi aumenta il numero delle fissioni, che fa aumentare il numero dei neutroni, e così via. Il reattore è supercritico, come a dire, son cazzi. Una reazione a catena. E la temperatura dell’acqua aumenta.

Ci avete presente cosa succede quando aumenta la temperatura di qualcosa a quel qualcosa? Allora, la prima cosa che succede è quella che si dilata. E’ il motivo per cui il treno fa tutum tutum. Perché c’è uno spazietto nelle rotaie per quando fa caldo e le rotaie si dilatano. Così lo spazietto si restringe e i binari non si sbiellano. L’acqua fa uguale. Si dilata, e diventa anche meno densa, visto che deve occupare più posto colla stessa quantità. Ce n’è meno per unità di volume. E’ il principio dietro alla mongolfiera, eh.

Ora, noi i neutroni ci servono lenti, e li rallentiamo rimbalzandoli sull’acqua. Ma se l’acqua è meno densa, i neutroni trovano meno da rimbalzare, e quindi mica così scontato che rallentino. E il reattore torna subcritico.

Allora via con un altro palmo di cadmio. E dopo che ce la siamo menata per qualche ora, finalmente un punto di equilibrio. O no?

Ah, no! Ci siam dimenticati un fatto. Che dai che dai, la temperatura aumenta sempre di più. E a un certo punto arriva a cento gradi. E cosa succede all’acqua a cento gradi? Esatto. Evapora. Senz’acqua a tener tutto un po’ più fresco, c’è il rischio che il nocciolo fonda! E invece no: l’abbiamo appena detto, il perché. Se c’è il vapore, la densità è bassissima, e si spegne tutto. Questo è un problema, visto che vogliam tenere acceso il reattore per veder che succede. Quindi mettiamo una pompa: una bella pompa che fa girare l’acqua. Questa pompa sposta le bolle di vapore che si formano intorno all’uranio e ci mette dell’acqua appena più fredda. Ancora qualche maneggio con il cadmio, palmo dopo palmo, ed ecco che siamo al punto di equilibrio. Un bel reattore critico. Questo vuol dire raggiungere la criticità.

E noi abbiamo fatto la pila di Fermi: un reattore ad acqua, ma senza turbina.

Sulla radioattività

Ecco, in questa divulgazia qui io avrei voluto spiegarvi come funziona l’energia nucleare. Il fatto però è che veniva lunghissimo, e allora farò una divulgazia a puntate come avevo fatto quella per la talpa, se vi ricordate.

Vorrei precisare che non ho nessuna intenzione di creare discussioni e litigi. Solo che credo che saperne un po’ di più possa sempre aiutare.

Intanto qui quindi ci provo a raccontarvi cos’è per bene la radioattività, che non serve per fare l’energia nucleare, di per sé, ma un pochino concettualmente ci è collegata.

Allora, partiamo dall’energia. Energia è un concetto complicatissimo, fondamentalmente per il fatto che tutti sanno cos’è ma nessuno lo sa spiegare. Un po’ come il concetto di tempo, tanto per capirsi. Ma tutti sanno cos’è, abbiam detto, almeno intuitivamente. Quindi bom. In pratica quello che ci interessa a noi è che l’energia la vogliamo usare per produrre elettricità. Produrre elettricità siamo capaci colle turbine, che son degli aggeggi che quando girano producono elettricità. Sul come, a sto giro, non ce ne preoccupiamo. Vogliamo solo farle girare.

Ecco, per farle girare, ci buttiamo sopra qualcosa che va veloce, tipo l’acqua del mulino contro la ruota del mulino. Così funziona l’idroelettrico. Ma noi oggi non parliamo di idroelettrico, quindi non ci buttiamo sopra l’acqua. Ci buttiamo il vapore.

Ma andiamo con ordine. Allora, immagino che tutti abbiate un’idea di com’è fatto l’atomo. Probabilmente è un’idea sbagliata, ma ci fa uguale. Un atomo è fatto di un nucleo e degli elettroni che ci stanno intorno. Lasciamo stare gli elettroni e pensiamo al nucleo. Visto che ci interessa il nucleare, pare una scelta sensata. Il nucleo di un atomo è fatto di un certo qual numero di protoni e di un certo qual numero di neutroni. I protoni, ricorderete, hanno carica positiva. Bene, e allora come fanno a stare tutti compressi in quel cosino piccolissimo che è il nucleo? Se si respingono come due calamite che si respingono, più li avvicino più è forte la forza che li respinge.

In realtà c’è un’altra forza che tiene insieme i protoni, che si chiama forza nucleare. E’ una forza strana, questa, quasi che sembra un imbroglio. In pratica non è una forza vera, ma il risultato di un’altra forza che si chiama nucleare forte e tiene insieme i pezzi che fanno i protoni. Comunque questa forza qui è quella che contrasta quella elettromagnetica che spingerebbe via i protoni.

Ora, facciamo finta di prendere un bell’atomo. A seconda di quanti protoni ci ho, faccio un elemento diverso. Ad esempio, l’elio è due protoni, l’oro 79, l’alluminio 13 e così via. Ma oltre ai protoni abbiamo detto che ci sono i neutroni. I neutroni son neutri of course, elettricamente intendo. E sembra che stiano lì a far la polvere. Ma invece son fondamentali, perché la forza forte, e quindi la nucleare, la fanno anche loro. E quindi insomma, ci vogliono per far tutto bello bilanciato e tenere tutto intero. Ogni atomo il suo bel numero di neutroni. Per dire, il carbonio ha sei protoni e sei neutroni. Voila.

Ecco, però non è così semplice: perché le cose si possono incastrare in modi un pochino diversi a seconda, e quindi ad esempio, possiamo far stare un neutrone o due in più nel nucleo, a volte. Ad esempio, se prendiamo il carbonio, 6 protoni, di base ci ha 6 neutroni. Ogni tanto però, ci fa stare 8 neutroni. Normalmente quindi il carbonio ha 12 robi nel nucleo (i robi si chiamano nucleoni), ma ogni tanto ne ha 14. Questi due cosi qui, che son lo stesso elemento ma con un numero di nucleoni diverso (quindi con un numero di neutroni diverso) si chiamano “isotopi del carbonio”. E il nome corto è col numero di nucleoni dopo il nome dell’elemento, Carbonio 12 (o C12) e Carbonio 14.

La cosa è però che capita che non è che ci stia tutto bene bene dentro. Ad esempio, il carbonio 12 e il carbonio 13 sono belli stabili. Ma a metterci un altro neutrone si disequilibra tutto, come mettere una roba di troppo in una pila storta di robe, si sminchia. A questo punto l’atomo fa del suo meglio per ritornare stabile, per stare in equilibrio. E’ come un’arancia in una fruttiera tonda. Se la tirate un po’ su da un lato, l’arancia cerca di stare in un equilibrio più stabile e torna nel mezzo della fruttiera. Si dice che va a una configurazione minima di energia. Per fare ciò, l’atomo deve liberarsi di tutto quel peso. E quindi sputa fuori un po’ di roba. Quella roba è la radioattività.

Ora, la radioattività in realtà sono tante diverse. Si chiamano con un po’ poca fantasia alfa, beta e gamma. A questo punto fate uno sforzo piccolo e cercate di seguirmi.

Allora, dunque. Vi ricordate che abbiamo detto che la massa è energia e l’energia e massa, sì? Era in un’altra divulgazia, quella per la talpa. Ecco. Allora facciamo con ordine.

Abbiamo, facciamo finta, un bell’atomo di C14. Evviva, che bellezza. L’atomo di C14 sbilica un pochello, ma mica tanto. In media è capace di star così per quasi seimila anni. Vabè. Facciamo che proprio adesso invece non ce la faccia più, e voglia rilassarsi un po’. Quando succede nel mondo reale non lo sappiamo, è una roba statistica. C’è una certa probabilità che accada e bom. Ma facciamo che accade ora. Orbene, che succede?

Allora, il neutrone praticamente ha tanta energia come un protone più un elettrone. Appena un pelo di più, in realtà. L’atomo ci pensa un po’ su e poi dice… Mmmmm… L’azoto ha un protone in più e un neutrone in meno, quando è stabile. Ecco, allora farò così: prendo un neutrone dei miei e lo faccio diventare un protone e un elettrone. Il protone lo tengo, così divento azoto stabile (N14), l’elettrone non mi serve a niente e lo butto via. Ecco fatto. Ah, l’avanzo di energia in più ci faccio un neutrino, lo lascio andare e non se lo fila nessuno. Invece, l’elettrone che sprizza via è proprio la radioattività. Radioattività beta.

Ora facciamo un altro esempio: prendiamo un bell’atomo di uranio. Sì, lo so che siete paranoici e preoccupati a maneggiare l’uranio così facilmente, però insomma… Ci stiamo poco, non è tanto pericoloso. Allora, dicevamo. Prendiamo l’uranio. L’uranio è una bestia strana, fondamentalmente perché ha un sacco di protoni. Novantadue, per la precisione. Con tutti quei protoni lì ci vanno un sacco di neutroni per bilanciare le forze, così tanti che di fatto è sempre instabile, il maledetto. La forma più vicina alla stabilità è quando ha 146 neutroni, ma anche così è in una brutta situazione. Allora, direte voi, dovrà fare come prima… Perdere un neutrone, prendere un protone e diventare nettunio. Ma il nettunio ci servirebbero ancora più neutroni e quindi ancora più instabile. Non funziona. Dobbiam alleggerirci proprio del tutto. Come fare quindi? Beh prendiamo due protoni e due neutroni e li buttiamo via. Due protoni e due neutroni si chiamano una particella alfa. Indovinate che radioattività è questa? Comunque, il risultato di tutto questo buttar via roba come le pulizie di primavera è che il nostro atomo da U238 diventa Torio 234. Che non è stabile. Lui, povero, ci prova a decadere beta, e diventa protoattinio 234, che però è sempre instabile, anzi instabilissimo. Rifa beta, e torna uranio, anche se 234. Argh, l’uranio deve decadere alfa, non ce la fa a fare altrimenti. Via, Torio 230. Il Torio 230 decide di decadere alfa anche lui, perché è quello che gli conviene di più. Diventa Radio 226, poi Radon 222, poi Polonio 218, e quindi Piombo 214. Che, direte voi, è stabile. E invece no: il 214 è un isotopo radioattivo del piombo. Che decade beta in bismuto 214, che decade beta in polonio 214, che diventa piombo 210, che è ancora radioattivo. Quindi ancora un giro: beta in bismuto 210, beta in polonio 210. Finalmente alfa in Piombo 206. Che è stabile.

La radioattività gamma è un po’ diversa, in pratica è un fotone, bello energetico ma pur sempre fo
tone. Praticamente, quando un nucleo decade alfa, può accadere che gli sia rimasta un po’ troppa energia per la nuova situazione. Per buttare via questa energia si fa un fotone. Voila, un raggio gamma.

Ecco insomma spiegato alla grossa la radioattività che son più cose con lo stesso nome in realtà.

Le radiazioni queste qui si chiamano radiazioni ionizzanti. Perché fanno gli ioni. Nel senso che quando passano vicino a un elettrone può essere con una certa probabilità che lo tirino via. E quell’elettrone che tirano via c’è una possibilità che sia di un atomo del corpo vostro. E quell’atomo c’è la possibilità che stesse in una certa grossa molecola del vostro corpo. E c’è la possibilità che quella grossa molecola fosse proprio un pezzo fondamentale del DNA vostro. E c’è una possibilità che tra tutte le molecole del vostro DNA che potevano rompersi quella lì proprio quella volta lì non riuscisse ad aggiustarsi da sola (il DNA fa delle robe devastanti che neanche la Ford di Henry Ford, quanto a catena di montaggio). Ecco, in quel caso, la cellula inizia a fare un po’ di casino, e c’è una possibilità che il sistema immunitario non la trovi e la uccida subito. E allora a quel punto inizia un cancruccio. E c’è una possibilità che non si fermi da sola a un certo punto, la cellula malata. E allora viene proprio il cancro vero.

Ora, tutta questa cascata di possibilità rende il tutto estremamente improbabile, ma tant’è gli atomi son così piccoli che in una nticchia ce ne sta una valanga gigantesca. E se ogni atomo di questa valanga ci prova, a ionizzare, alla fine c’è una probabilità significativa che accada il peggio.

La cosa divertente però è che in realtà gli elementi che decadono alfa li si può tenere in mano tranquillamente: questo perché le particelle alfa son gigantesche, e non ci passano attraverso lo strato morto della pelle. Il vero problema di quelle è se vengono ingerite o inalate. Il polonio, per esempio, si sa che danni fa, se i servizi segreti lo mischiano al vino rosso. Le altre ci va delle barriere un po’ più sensate, metalli di solito. Tipo il piombo o robe così.

Questo post doveva venire dopo il prossimo, ma il prossimo lo sto preparando e questo invece è venuto a getto, e anche un po’ di fretta. Ed è in risposta a questo post qui della streganocciola.

Allora, cerco di restare sul distaccato: la discussione, in generale, mi da molto l’idea di una lotta di religione, dove non c’è modo di “convertire” l’altro, ma piuttosto dove la tendenza è quella di rimanere sulle proprie posizioni pensando un bel “ma come fa a non capire”, sia da un lato, che assolutamente egualmente dall’altro. Cerco di fare quindi un po’ l’osservatore esterno. Se non ci riesco, vabbè… Almeno ci avrò provato.

Dunque, allora. Il problema dell’energia è vero e reale. Lo sappiamo tutti. Il petrolio, e in generale i combustibili fossili, come il carbone, sono in deciso esaurimento, ma soprattutto immettono nell’atmosfera una quantità enorme di prodotti della combustione: cenere, monossido di carbonio, anidride carbonica, diossina, anidride solforosa, metalli pesanti. Una cosa simpatica, per così dire, è che la combustione del carbon fossile rilascia oltre a tutto questo ben di dio, anche Uranio, Torio, Polonio e altri vari isotopi radioattivi, che sono contenuti in piccole percentuali un po’ ovunque, specie nelle cose che vengono da sottoterra. Orbene, facendo due conti facili facili, che vi risparmio ma se volete vi spiego, esce fuori che una centrale che produca 1000MWe a carbone, emette nell’atmosfera una roba tipo cinque tonnellate di uranio microparticolato e 13 tonnellate di torio. Il che rende le centrali convenzionali di due ordini di grandezza più radioattive di quelle nucleari (in italiano, vuol dire cento volte tanto). Tutte queste cose, nessuna esclusa a parte il vapore acqueo in piccole percentuali, sono tossiche e dannose per l’ambiente, of course.

Il nucleare che abbiamo oggi è da fissione. Per la fusione, stime ottimistiche parlano del 2050. Il nucleare da fissione, lo spiego nella divulgazia di prossima uscita, può usare diversi combustibili: uranio arricchito, torio, uranio non arricchito e acqua pesante, plutonio. La diffusione nell’ambiente di tali materiali non è prevista durante l’esercizio (dopo parlerò delle scorie), ma in caso di gravi incidenti in impianti rod-controlled può capitare. La fuoriuscita a livelli allarmanti per la salute di materiali irradianti non controllati è avvenuta due volte nella storia: il 28 marzo del 1979 a Three Miles Island, Pennsylvania e il 26 aprile 1986 a Chernobyl, in Bielorussia (allora Unione Sovietica). Nel secondo caso, un incremento statisticamente significativo di tumori alla tiroide e leucemia è stato registrato. Questo è dovuto allo iodio, uno dei prodotti della fissione, che viene assorbito dalla tiroide. È nota la soluzione per casi simili, nella misura di somministrazione di dosi di iodio per saturare la tiroide ed impedire allo iodio radioattivo di essere assorbito. Prima che me lo si chieda o si prenda per scontato, no: la iodioterapia preventiva non fa male. Per niente. Neanche un pochino. Grazie.

A Chernobyl, mamma russia ha fatto un bel casino e poi se lo è tenuto: la bonifica è stata fatta in modo sommario e gli operatori poco o per nulla protetti. Il sarcofago di contenimento è cedevole, mai dichiarato “definitivo”, anche se è lì da vent’anni. La temperatura nelle vicinanze del nocciolo è ad oggi di circa 1000 gradi centigradi, il che non aiuta la struttura di contenimento. Come conseguenza, vi sono sprofondamenti e infiltrazioni di acqua. Quest’acqua non ha modo di agire da moderatore a causa della messa in opera di sezioni di assorbitori inserite nel reattore. Cionondimeno, l’acqua con tutta probabilità filtra poi nelle falde, che arrivano attraverso due fiumi fino al Mar Nero. Si stima che circa 30 milioni di persone utilizzino direttamente o indirettamente quest’acqua. Questo ovviamente ha una ricaduta devastante sulla salute della popolazione, della flora e della fauna. Si badi però che non è un problema del nucleare più di quanto potrebbe essere un problema di chimica: tutta la situazione è stata ed è agghiacciante. Una nota fondamentale: le centrali, anche le più bastarde, non esplodono mai nel senso di bomba atomica. Non possono fisicamente. Mai. L’esplosione di Chernobyl è stata di tipo per così dire normale. Quindi di fatto, l’effetto è stato quello di una “bomba sporca”.

È evidente che non è comunque accettabile il rischio, ma i morti indiretti dovuti alle centrali a carbone sono –azzardo io– molti di più di quelli dovuti al nucleare. Azzardo io in base a dati per così dire “personali”, nel senso di valutazione di gente con enfisema, cancro del polmone, difficoltà respiratoria, asma e quant’altro “a braccio” come quantità, fra coloro che risiedono vicino a centrali termiche (tipo quella di genova). Ovviamente posso essere smentito al volo su questo specifico dato. È solo un’ipotesi.

Un inciso piccolo: i soldati e l’uranio impoverito non hanno senso. Facciamo finta che tutto sia come dicono, che l’uranio è stato inalato (il che è ragionevolmente vero, anzi quasi certo) in dosi significative. Bene. L’uranio va a finire nei reni. Provoca gravi lesioni ai reni, con tanto di nefriti fulminanti e cancro di qualunque roba tra il rene e l’uscita. E viene espulso in pochi giorni. La fisiologia dell’uranio è ben nota, è così e si sa da ben prima di sindromi del golfo, sindromi del kosovo e compagnia bella. Perché allora gli studi e le grida parlano tutte invece di linfoma non Hodgkin? Anni dopo? Non è che è venuto comodo addossare all’uranio impoverito colpe che non ha? Per esempio dovute ad agenti chimici sperimentali, armi non convenzionali e compagnia cantante? Con questo non intendo dire che l’uranio impoverito faccia bene, un toccasana. Solo che tutto quel che hanno raccontato non torna proprio per niente.

Torniamo all’energia. Dove sembra che non sia evidente ai più che fare le centrali solari, o eoliche, o rinnovabili come vi pare, non sia esattamente efficiente. Prima che urliate vi spiego. Il più grande impianto solare esistente è in Germania. Fa 11 megawatt/ora. Una centrale piccola a carbone ne fa 500. Un reattore nucleare poco efficiente ne fa altrettanti. È evidentemente poco pratico ricoprire aree gigantesche di pannelli solari, anche considerato che produrli non è che sia proprio gratis, sia di soldi che di impatto ambientale. Analoghe considerazioni, ad esempio, valgono per l’eolico. Tutto questo però vuol solo dire che a parer mio basta differenziare. Ci torno tra un attimo.

Facciamo finta per un attimo di avere la possibilità seguente: una centrale elettrica senza imbrogli. Non può avere incidenti che rilasciano roba radioattiva nell’ambiente. Non può esplodere. Costa meno di una centrale a carbone. Si costruisce in un paio di anni. Ha scorie facilmente stoccabili. Permette di avere combustibile molto più disponibile di tutte le altre forme di centrali. Non ha bisogno di usare il danubio per raffreddare il nocciolo (che è un impatto ambientale spesso trascurato ma in realtà ben più importante delle menate sul radioattivo). Se così fosse, lo odieremmo ancora? Se la risposta è sì allora è perfettamente inutile discutere. È una presa di posizione irrazionale e stop. Se invece si potrebbe dire parliamone, allora parliamone. Si chiama Pebble Bed Reactor, la stanno facendo tedeschi e cinesi in collaborazione ed è praticamente un sogno. La messa in esercizio delle prime è stimata per il 2020. Che è un po’ in là, ma meno di fusione e altre robe più o meno futuristiche.

Ora non vorrei essere frainteso. Non è che dico siamo a posto. Fanculo il resto. Dico solo che potrebbe essere un’opzione. Nella fattispecie, capitolo:

SE DIVENTO CAPO DEL MONDO
Atto di risoluzione delle menate energetiche nel mondo

  1. Vediamo di mollarci, ovvero: il costo a consumo energetico privato è polinomiale. Vuol
    dire che il prezzo in euro per chilowattora diventa tipo k x al quadrato. K è piccolissimissimo. È il coefficiente di costo. x è il numero dei chilowattora che usi. Ad esempio: se k = 0.0000015 euro/kwh, 18000 kwh in un anno fanno 500 euro (che sono 12 bollette da 40 euri l’una). Ma se si consuma la metà, poniamo, cioè 9000 kwh, si spende appena 125 euro l’anno. Supponiamo di fare un risparmio energetico decente rispetto ai 18000kwh (18000 kwh è il consumo medio mondiale pro-capite del 1990) e facciamo 15000. Spendiamo soltanto 350 euro circa. Per contro, consumare molto, ad esempio 20000 kwh, costa 618 euro, e 27000 (cioè il 50% in più) 1130 euro l’anno. Se uno è un minimo furbo scopre di risparmiare una valanga a spegnere la tele o la luce quando esce, perché piccoli consumi spingono in alto, e andare anche poco più in su vuol dire spendere un bel po’ di più.
  2. Autarchia domestica, ovvero: fotovoltaico e eolico domestico sulle civili abitazioni, per l’illuminazione pubblica, per tutte le cose piccolette. Il rinnovabile a emissioni zero funziona gran bene nel piccolo. Il solare termico fornisca riscaldamento e acqua calda per il più possibile.
  3. Il riscaldamento è fornito centralizzato, come sottoprodotto dell’energia elettrica statale. Poiché è un sottoprodotto, è gratis. Poiché è un sottoprodotto, è diviso per quanto ce n’è fra tutti. Se non ti basta, vai al punto 2.
  4. L’acqua è gratis, non è imbottigliabile, non è convogliabile se non dallo stato.
  5. Raccolta differenziata di tutto il riciclabile possibile. Tutto ciò che è di plastica, escluso ciò che si trova in apposito elenco dove non se ne può fare a meno (attrezzature medicali, eccetera) sia tassato a schifo, tipo dieci euri per un sacchetto di plastica della coop.
  6. Il riciclato di biomassa sia compostato. I prodotti ottenuti siano: usati per fertilizzante per favorire l’agricoltura (compost) e per fornire gas a uso cucina (metano).
  7. L’energia elettrica statale sia ottenuta per mezzo di centrali nucleari pebble bed, scalate in dimensioni tali da servire ogni zona colla minima dispersione.
  8. Il ricavo netto del commercio energetico venga devoluto in massima parte alla ricerca sulla fusione nucleare “pulita” (deuterio deuterio): esiste anche una fusione che ha sottoprodotti radioattivi e sottoprodotti tossici. Quella non la vogliamo. La restante percentuale venga investita nella ricerca sullo sfruttamento di fonti energetiche rinnovabili e “alternative”, ad esempio per migliorare l’efficienza del solare e simili.
  9. Non appena sia disponibile il frutto del punto 8, vengano le centrali del punto 7 sostituite da tali centrali a fusione, in un arco di tempo limitato. Ovviamente, il punto 8 viene sostituito in “ricerca su sviluppi futuri per migliorare la situazione”.
  10. Tutte i mezzi di trasporto che necessitano ad oggi di un motore a scoppio siano sostituiti da mezzi a cella a combustibile. L’idrogeno per tal cella sia ottenuto per elettrolisi dall’acqua di mare utilizzando parte dell’energia prodotta attraverso le centrali elettriche.
  11. Se scopro che fate i furbi e cercate di fregare tutto il pianeta facendo il comodo vostro, vi spello vivi e vi metto nel sale. Così giusto perché sia chiaro dov’è l’equilibrio di Nash di questo gioco.

Ecco, questo il piano. Ora devo solo trovare chi mi vota.

E’ giunta l’ora di sfruttare una pausa pranzo per una nuova entusiasmante divulgazia. Nella fattispecie, come cavolo funziona gugol. Spero di togliere un po’ di dubbi a g. alla e. e anche a tutti gli altri… Però ci vuole prima capire anche tutto il web, quindi resistete. Sarà un po’ lunga, ma senza praticamente mate, occhei?

Allora, il web. Il web è quella cosa che è fatta di pagine web, che sono scritte in accatiemmelle, che girano parlando accatittippì. Ora, la moda è di dire internet per dire web, ma internet è un’altra roba. Internet è il servizio su cui il web esiste. Un po’ come dire il trasporto su strada per dire il trasporto coi camions. Si dice, ma il camions è solo una roba tra tutte quelle che vanno sulla strada.

Sia internet vera e propria che il web sono reti. Ci vuole innanzi tutto però una definizione di rete. Allora, una rete è una roba fatta da due gruppi di entità: i nodi, che sono le cose, e gli archi, che sono i collegamenti fra i nodi. In gergo da megascientisti diciamo noialtri che una rete si chiama grafo. Grafo è solo un sinonimo di rete, eh, ma fa tutto un casino perché si confonde facile con grafico, che è tutta un’altra roba.

Ora come ora, noi ci interessa il web. Quindi vediamo come è fatta la rete del web. Allora, i nodi decidiamo che sono le pagine. Tipo questa pagina qui del mio blogs è un nodo del web. Poi gli archi, che sono a questo punto i collegamenti tra pagine, sono ovviamente i links. Voilà. Facile e indolore. Ecco, allora. Intanto diciamo una cosa fondamentale: che i links vanno da una pagina all’altra, non indietro. E’ ovvio, no? Bene, allora abbiamo quello che si chiama un grafo orientato. Ora, fin qui niente di che. Arriva subito però una cosina appena poco più difficile. Anzi, complessa.

Noi possiamo inventarci reti fatte come ci pare, usando la definizione che abbiamo dato: ecco un esempio idiota. Prendiamo come nodi i numeri interi positivi da 1 a 10. Sono 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 e 10. La relazione che mette gli archi ci mettiamo “successore”, cioè “più uno”. Vuol dire che mettiamo un arco tra due numeri se il primo più uno fa il secondo. Bella scemata, direte voi. E infatti, il grafo viene così:

1 -> 2 -> 3 -> 4 -> 5 -> 6 -> 7 -> 8 -> 9 -> 10.

Questo è un esempio di grafo banale, noioso e poco interessante. Oppure possiamo anche considerare come un grafo un albero genealogico:

    Nonno1 Nonna1   Nonno2 Nonna2      \     /         \     /            \   /           \   /              Papà            Mamma         \               /          \             /           \           /            -----v-----              paolino

Anche questo caso il grafo è banale noioso e poco interessante, nonostante l’alta qualità dei nodi.

Ecco invece poi ci sono altri grafi, più interessanti, che si chiamano grafi complessi o reti complesse.

Le reti complesse sono reti stravaganti che hanno proprietà da panico. Per esempio la rete degli amici è complessa: c’è il fatto che non è vero il concetto buonista che gli amici degli amici sono sempre miei amici. Per questo motivo, vengono fuori tutti dei casini del tipo: ma che ci trovi in quella, ah no se c’è lui non esco con voi, ma perché non chiami anche loro? Ah perché poi sennò vengono pure gli altri, e via così. Il risultato è una roba caotica e incasinata di archi di amicizia tra tutte le persone. Ovviamente, più persone, o nodi, mettiamo, più gli archi si incasinano. Però attenzione, non è che funzioni proprio a casaccio eh: solitamente funziona così, che si parte in pochi, poi si porta l’amico nuovo, il collega, il conoscente, la fidanzata, l’amico della fidanzata, e via così crescendo crescendo. Ecco, un processo di crescita. E le reti complesse spessissimo funzionano così. A crescita. Per esempio, vi svelo un arcano: avete presente quando a maggio dicono “quest’inverno arriverà l’influenza di hong kong”? Come credete che facciano? Beh con la teoria dei grafi, of course… Per il come, cioè tutto un po’ di teoria dei grafi un po’ più complicata ma mica tanto, magari ci facciamo un’altra divulgazia, però, che sennò andiamo fuori tema.

Dicevamo, il web. Il grafo del web sottostà ad un processo di crescita, tipo che faccio il blogs, poi metto il link a chenesò, la e., poi arriva un altro e mi linca a me. Crescendo, con calma, mica tutto insieme. Questa è una cosa importante.

Flashback, musichetta d’atmosfera. Millenovecentosessantasette. Stanley Milgram è un sociologo che cinque anni fa ha giocato al finto carnefice attaccando finti elettrodi ad attori e facendo attaccare la corrente per finta agli sperimentati. Ora gli viene in mente un altro giochino simpatico: prende un tot di pacchettini e ci mette dentro delle cartoline preaffrancate. Poi becca da un lato dell’America un tot di tizi a caso e gli manda un pacchettino. E una lettera. Nella lettera ci è scritto: questo non è una catena, non è spam, è un esperimento scientista. Per favore fai così. Vogliamo fare arrivare il pacchetto al signor Tizio di Boston. Preso a caso dall’elenco del telefono. Invece che mandargli un pacco postale o che so io, un pony express, vogliamo il tuo aiutino. Lo ripeto, non c’è trucco, è uno sperimento scientista. Thankyou. Fai così. Allora, apri il pacchettino, prendi una cartolina, scrivici il tuo nome. Poi, se conosci proprio Tizio di persona, dacci il pacchettino e scrivi anche il suo nome sulla cartolina e spediscicela indietro a noi altri scienziati. Se invece non lo conosci, ecco allora pensa a un tuo amico che potrebbe conoscerlo o conoscere qualcuno che lo conosce, scrivici il suo nome sulla cartolina e quella la mandi a noi, invece il pacchettino ce lo dai a lui insieme colle istruzioni. Molte grazie, tuo sentitamente stan. Poi si mette lì e aspetta, e qualche cartolina inizia ad arrivare. E Stan scopre che in media ci vogliono sei cartoline, per arrivare a Mr. Tizio di Boston. I sei gradi di libertà. La storia del piccolo mondo.

Ora vi chiederete: echissenefrega? Che c’entra con il web? Beh, c’entra, perché anche il web, come la rete delle conoscenze, è una rete complessa, a piccolo mondo. Ci vogliono in media nove passi per arrivare da una pagina a caso a un’altra pagina ben definita ma sempre scelta a caso. E nel millenovecentonovantotto, si scopre perché.

Vi ricordate i grafi? Ecco, allora diciamo “grado” il numero di archi che ci ha un nodo. Il grado entrante è quanti archi entrano in un nodo, il grado uscente quandi (duh) ne entrano. Ora, nel novantotto scoprono questa simpatica cosa che se uno ci pensa è come l’uovo di colombo, che nelle reti a crescita certe persone sono amiche di tutti e non odiano nessuno e altre persone invece sono amate da tutti, proprio l’anima della festa. Tradotto in grafese, i primi hanno un alto grado uscente, i secondi un alto grado entrante. Nella teoria delle pagine web, si chiamano rispettivamente “hub” e “autorità”. E il piccolo mondo? Beh nasce dal fatto che se finisci su un hub, a quel punto è facilissimo capitare proprio a destinazione. Perché? Ma perché un hub conosce un sacco di gente, quindi probabilmente nel mucchio anche chi ci interessa a noi.

Uff. Bene. Per spiegare google serve solo questo, di teoria dei grafi. Ora arriviamo a stanford.

Brin e page son due studentelli di stanford, che invece di fare “elimina paziente”, per la tesi fanno google. Così, per laurearsi. E hanno quest’idea geniale. Dicono: fai finta di essere in una biblioteca senza tessere e senza bibliotecario. Nella biblioteca ci sono venticinquemiliardi di libri. Ogni giorno un numero imprecisato ma grande (tipo qualche migliaio) di libri viene aggiunto. Non sai il titolo del libro che vuoi leggere, né l’autore né lo scaffale, ma solo di cosa parla. In effetti non vuoi un libro ben preciso, ma il libro migliore su un certo argomento. Hai una manc
iata di secondi per trovarlo. Ecco, questo è il web, e tu sei il motore di ricerca. Niente male, no?

E come fare? Allora, innanzi tutto dobbiamo sapere di cosa parlano i libri. Questa è una cosa complicatissima, visto che dobbiamo basarci solo sul testo e non sul significato (i computer fanno una gran fatica a capire il senso di una frase, mai provato a far tradurre al traduttore automatico un testo?) Per esempio fate finta che tutti i libri della biblioteca siano in euskadi, l’improbabile lingua basca. Partiamo da una pagina.

In prima approssimazione, possiamo cercare di distinguere tutte le parole. Quello è facile, ci sono gli spazi. Possiamo dire che se cerchiamo “mayapuildse”, basterà restituire tutti i documenti che contengono da qualche parte la parola “mayapuildse”. Ma non è detto che sia così semplice: per esempio una congiunzione o un articolo, come “e” o “the” compaiono una svalangata di volte. Facile, direte voi, ignoriamo quelle parole lì.

Ma supponiamo di cercare “ancora”, in italiano: magari noi intendiamo qualcosa che ha a che fare con la nautica, ma ancora è anche una parola molto usata in generale nel significato avverbiale. Restituire tutte le pagine che contengono “ancora” non ha molto senso. Siamo a un bel dilemma. Anche perché tutto sarebbe più facile se ci fossero tante belle parole da confrontare, ma si è visto che quasi il novanta percento delle ricerche hanno fino a tre termini, e la media è poco meno di due. Urgh.

C’è un vantaggio, però: siamo in una rete. Una rete di quelle complesse, con delle proprietà. Quindi sfruttiamo queste proprietà. Una di queste è il clustering, o raggruppamento. Per esempio, tutti i siti che parlano di teatro potranno essere abbastanza collegati tra di loro, o i siti di cucina anche. Quindi posso usare anche le informazioni sulle pagine che mi puntano per cercare di capire se ci sto dentro mentre cerco. E in questo modo si fa una roba che si chiama link bombing. Uno famoso è miserable failure che punta alla biografia ufficiale di George W. Bush. Quindi se tipo qui scrivo “mi scopo la nonna di cappuccetto rosso pompini e gattemorte”, niente di più facile che a un sito di voialtri spunti qualcuno che ha cercato tale banale ricerca (e garantito che qualcuno arriva a tanto seriamente). Ma in generale, la questione è di blogger e wordpress e quant’altro. Che fanno un po’ anche gli aggregatori, e lincano a caso tipo “ultimi blog aggiornati” in home page. Ora, è chiaro che se aggiornate più o meno negli stessi cinque minuti il blogs voi e la sorella pervertita di shrek siete linkati tutteddue dalla stessa pagina e quindi considerati “collegati”. Ecco svelato l’arcano.

Poi anche il problema è di decidere tra le centomila pagine restituite quali vanno per prime, quelle che “ti senti fortunato”. Questa, in realtà è la vera forza di google. E di nuovo si basa sui grafi. Autorità e Hub. In pratica, per farla breve, il concetto è che: 1) se sei un’autorità (sei lincato da molti) allora sei troppo figo e meriti di essere letto; 2) se chi ti linca è un’autorità a sua volta, allora vale la pena, voglio dire l’amico di uno fighissimo vale la pena provare a sentire che ha da dire, no? 3) Al contrario, se chi ti linca è uno che linca il mondo (un hub), beh allora non sei mica uno tanto speciale, voglio dire da lui un link ce l’ha anche il criceto di mia nonna… Ecco, su ste tre ideuzze facili facili, ci hanno fatto su il più grosso patrimonio onlain della storia… E intanto lecco culi di cossiga fa arrivare al mio blog, magari…

Gran Finale
Ecco allora, praticamente a questo punto abbiamo detto e appurato come
ogni cosa sia bella discreta, tutto un multiplo di centesimi di euri
oppure di h, a seconda di come la volete vedere. Il fatto è che quando
dico tutto, intendo proprio tutto. Cioè sia le cose, che quello che le
fa interagire o gli dà proprietà o cose così.

Ecco, praticamente fate così: prendete due calamite. Due calamite, di
base, o si attraggono o si respingono, la solita storia, bla bla
bla. Ecco. Occhei. Però vi siete mai chiesti che cos’è
quell’attrazione lì? Beh una forza, direte se avete fatto la fisica
anche solo quello del sociopsicopeda. Ok. Giusto. La forza
elettromagnetica, si chiama. E la forza elettromagnetica cos’è? Boh
che ne so… Una forza… Però possiamo dire ragionevolmente che la
forza ha a che fare con l’energia, giusto? Liuc, usa la forza! E
quando liuc usa la forza, fa una specie di energia. Quindi insomma,
forza ed energia son collegate. E ve lo ricordate Planck? Ah! Planck
dice che le robe che hanno a che fare con l’energia (e anche con la
materia, grazie a E=mc2) non sono mai continue e lisce, ma solo
quantizzate e discrete. Fanno i quanti. E un quanto di roba si
chiama, tra scientisti, particella. Ma allora anche l’energia
elettrica deve essere fatta di particelle. Particelle di attrazione o
repulsione o robe così, di qualità elettromagnetica.

Ora, pensate questa cosa qui: avete vinto un viaggio premio in
Giappone. Se provate a invitarmi non vi parlo più, ché io li odio i
musigialli. Però fate finta che invece voi ci andate. E vi invitano a
una partita di pallavvolo di milaeshiro due quori nella pallavvolo (il
quore è un cuore quantistico). Ecco. Quello che vedrete è grossomodo
questo: ci sono le due squadre, una capitanata da mila e l’altra da
una tipa coi capelli blu e una sindrome ossessiva maniacale. Entrambe
sono dopate. Allora facciamo finta che le giocatrici siano
particelle. E facciamo finta che l’attrazione elettrica siano i punti
della partita. Cos’è che permette alle particelle di fare i punti
(cioè alle giocatrici di avere un’interazione elettromagnetica)? Beh,
la palla. Ecco la palla è la particella mediatrice del campo di
pallavolo. Il bosone dei punti. E la teoria che ci sta dietro si
chiama ovviamente teoria di campo.

Approfondiamo un secondo questa cosa qui del bosone. Allora,
praticamente una volta, le particelle che si sapevano erano pochine:
elettrone, protone e neutrone, intanto. La materia di tutte le cose,
più o meno: le cose che formano gli atomi. Poi il fotone e poco di
più. Poi a un certo punto, qualcuno ha avuto la brillante idea di
prendere queste particelle e farci i crash test come con le
mercedes. Le particelle, che non sono mercedes, si disintegrano
proprio, tipo una trabant contro un suv. Ed escono fuori altre
particelle, alcune note e alcune nuove.

Ora, tutti quanti voi un acceleratore di particelle lo avete visto e
ce lo avete anche in casa. E’ la tele, o lo schermo del compiutero, ma
quello grande, non quello piatto. Come funziona? Allora, in pratica
c’è in fondo sul retro un cannone elettronico, che spara elettroni. Un
raggio di elettroni. Delle calamite lo accelerano (con la repulsione
elettromagnetica), delle altre allo stesso modo lo condensano in una
righina sottile sottile. Poi delle altre calamite ancora lo spostano e
fanno colpire in ogni istante un punto diverso dello schermo. Ogni
punto dello schermo (pixel, si chiama) è rivestito di una roba
fluorescente, che quando la colpisce un elettrone fa una lucina, e
quando invece no non fa nessuna lucina. A seconda di quanti elettroni
arrivano in un punto, il pixel fa più luce o meno luce. Punto dopo
punto ecco fatta l’immagine. Ma il concetto a noi fondamentale non è
come funziona la tele, ma come fare un acceleratore di
particelle. Esattamente allo stesso modo, solo più in grande: si fa
tipo un anello, ci si mette dentro le particelle tipo gli elettroni o
i protoni e si tengono belli a mezz’aria colle calamite. Ecco, a
mezz’aria no perché dentro l’aria non c’è, però insomma era per
capirsi. E poi delle altre calamite gli danno la spinta
elettromagnetica che li accelera. Più spinte gli danno più
accelerano. Degli altri magneti tengono in carreggiata i fasci di
particelle. Ora, si fa un fascio che gira in senso orario e uno in
senso antiorario. Poi quando le particelle son belle veloci, trac, uno
scientista clicca un bottone e le calamite che tenevano in carreggiata
i fasci si sminchiano un po’ e le particelle fanno un
frontale. Sbam.

Ecco, a quel punto le particelle si disintegrano, dicevamo. E fanno un
gran botto. Ma le particelle sono fatte di energia, dicevamo. E
l’energia non si crea né si distrugge. E allora, dove va a finire
st’energia? Eh boh, in altre particelle. Quali? Ecco, questo non si
sa. Dipende dalla probabilità, dalla massa e dall’energia.

Allora. Ricordate quando abbiamo detto che siccome E=mc2, possiamo
dire che il sassetto di cinquanta grammi ha una massa di
unmilionecentoventicinquemila calorie? Ecco, facciamo uguale con le
particelle. A parte che usare le calorie o i joule è scomodo più
o meno come usare i chilometri per dire quanto è grande un
elettrone. Quindi si usa un’unità diversa, come si usa il carato per
il diamante invece che le tonnellate. Si usa il MeV e il GeV. Il MeV è
un milione di elettronvolt, e il GeV è il miliardo di
elettronvolt. Cioè, tanto per capirci, rispettivamente
0,0000000000000000000001 grammi e 0,0000000000000000000001
chili. Ecco, le masse delle particelle si misurano così, in millesimi
di miliardesimi di miliardesimi di grammo. Questa è l’energia a riposo
di una particella, ad esempio 938 MeV pesa il protone. Poi è ovvio che
se la acceleriamo un sacco, oltre a quell’energia lì c’è anche
l’energia per farla girare velocissima, l’energia
cinetica. Ecco. Quando si disintegrano le particelle, possono
spuntarne altre di massa diversa, a velocità diversa. In pratica si
ridistribuisce l’energia. Quindi se faccio un sacco sacchissimo di
urti, grossomodo troverò ogni tanto tutte le particelle che possono
avere una massa con quella energia. Ecco come si scoprono le
particelle nuove.

E una volta che si hanno una quintalata di particelle nuove, le
organizzate per benino in categorie: mettiamo quelle più pesanti in
questo cassetto qui, e ci mettiamo un’etichetta con scritto barioni
perché sono pesanti. Poi queste altre qui invece le mettiamo nei
leptoni, e queste altre ancora cosa fanno? Ah ma sono mediatori del
campo! allora sono bosoni. Bosoni perché c’era un amico di einstein
che si chiamava Bose.

Ok. Ci siamo. Allora praticamente, a questo punto succede questa cosa
qui: che si mettono a capire chi è il bosone di cosa. E per esempio,
se due particelle hanno carica elettrica si scambiano un bosone
apposito per interagire fra di loro. Come la palla da pallavolo. Il
bosone elettromagnetico si chiama il fotone. Oppure, per fare la
radioattività ci vogliono i bosoni di gauge (che si legge gheig). Si
chiamano W e Z. Eccetera eccetera. E poi arriva Higgs. Che dice: sì
fico, ma qui non c’è niente che dica che cos’è la massa.

Ecco, la massa. Il fatto è che noi siamo tanto abituati a vedere robe
massive che pare scontato che la roba abbia massa. Il fatto è che a
ben vedere, mica abbiamo mai detto che cos’è, o da dove viene questa
massa. Abbiamo solo detto ah! La massa del protone è tipo pochissimo,
ma perché è così? E
cco, non vi ho detto un pettegolezzo importante:
gli scientisti hanno fatto un bel modellino, un diorama
dell’universo. Si chiama modello standard perché è quello che se ne
stanno tutti. E fino a un certo punto in questo modellino la storia
della massa non c’era… Ah! Oh! Eh ce la siam dimenticata, vabbè cosa
vuoi che sia! Ecco, ma poi arriva un revisore della corte dei conti,
il Padrino dei finanziamenti della comunità europea. Scena, esterno
giorno. Il matrimonio tra l’amministratore delegato della Novartis e
il Parlamento Europeo. A un tavolino, sotto il sole, mangiando
sorbetto al limone, un preoccupato funzionario del Cern chiede al
Padrino: “Padrino, avete risolto la questione della massa?” “Certo. Ho
mandato Higgs. Ha rotto spontaneamente la simmetria del modello
standard, come avvertimento. Gli ha fatto una proposta che non poteva
rifiutare. Non avremo più probblemi.”

Praticamente, insomma, Higgs appiccica la questione della massa al
modello standard, e i conti tornano tutti. In pratica, il bosone di
Higgs è il bosone che interagisce con le particelle e gli da la
massa. Come il fotone fa con quelle elettricamente cariche, il bosone
di higgs lo fa con quelle che hanno massa. Solo che perché i conti
tornino praticamente deve succedere che il bosone di Higgs deve avere
massa anche lui, cioè deve interagire con se stesso, per iniziare. E
soprattutto bisogna vederlo. E come si riconosce?

Fate finta di non aver mai visto una palla da pallavolo. Vi trovate in
un container di palloni davanti alla decathlon e ne volete uno da
pallavolo. Se non avete mai visto un pallone da pallavolo,
probabilmente non giocate a pallavolo quindi non si spiega perché
cerchiate proprio un pallone da pallavolo, ma facciamo finta di niente
e proseguiamo. Ecco, che cosa cercherete? Sapete, perché ve l’hanno
detto, che è bianco, grosso più o meno come un pallone da pallavolo e
diventa una focaccina informe se battuto o schiacciato da mila. Di
sicuro non cercherete tra le palle grandi come quelle da tennis, o
pesanti come quelle da bowling, o rigide come quelle da
basket. Insomma, quando ne vedrete una sarete ragionevolmente sicuri
che sia una palla da pallavolo.

Col bosone di Higgs è lo stesso: sappiamo che energie ci vogliono per
trovarlo. Il problema è piuttosto un altro: sappiamo che non può
essere più grosso di un tot, che è circa 200 GeV. Ma nessuno lo ha mai
trovato fino a adesso, e abbiam guardato bene fino a 115GeV, e gli
scientisti son peggio di san tommaso, che se non vedono non
credono. Ecco, e quindi praticamente fino ad ora son lì che dicono
beh, sarebbe carino se ci fosse ma mica detto eh. Anche perché 115 GeV
mica son tanto distanti da 200… E allora sarà mica tanto probabile
trovarcelo. Però poco probabile è diverso da impossibile.

Solo che ora siamo alla resa dei conti: LHC. LHC è un megacceleratore
di particelle che fa un sacchissimo di energia: tipo 14 mila GeV. E
quindi praticamente come dire, se non lo troviamo qui ora il bosone di
Higgs, possiamo essere abbastanza sicuri che non esista. E un po’ di
ansia la mette, questa cosa qui, con quel Padrino dei finanziamenti in
giro… Anche perché il sicario questa volta farebbe fuori il modello
standard.

Quindi la talpa dice: han boicottato, dicon peccato e tutto continua
come prima.

E a questo punto ci sta, la sigla di ics fails.

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